Tutorial su come tenere la schiena dritta
Dell’essere “europei” e del perché “Remigrazione” è una parola da codardi
Mattia Tombolini
In questi giorni siamo stati a Parigi, in Francia, per incontrare e intervistare Gino e Zaid.
Gino e Zaid sono due ragazzi che fanno parte delle 17 persone coinvolte dentro all’ormai famoso “Budapest Complex”, entrambi con una condizione particolare legata alla loro “cittadinanza”.
Quando si parla di un processo del genere che coinvolge così tante persone provenienti da paesi e realtà diverse è normale che dentro ci siano storie molto diverse.
Faccio un passo di lato, che può sembrare non entrarci niente ma anche il mio cervello vive di suggestioni che si accavallano una all’altra e mi piace, quando mi metto a scrivere, provare a farle stare insieme anche se può sembrare una forzatura.
Proprio stamattina mentre ero nel posto più tranquillo del mondo, e cioè sulla tazza del cesso di casa mia, scorrendo i reel mi è capitata un’intervista di Massimo Troisi a cui chiedono se il successo peggiora le persone e Troisi, nella sua genialità e semplicità, dice che secondo lui il successo amplifica quello che già si è, se si è bravi si diventa bravissimi, se si è stronzi si diventa stronzissimi, è rivelatore. Che c’entra con questa storia? Niente, ma mi ha fatto pensare che questo processo, a suo modo, ha messo un faro su un mucchietto di persone che si sono trovate sotto i riflettori a dover rendere conto delle proprie forme di vita.
Le differenze di queste forme di vita sono uscite fuori e hanno interrogato tutti, perché, per chi è empatico è normale che quando si legge, si ascolta, si guarda, una storia, ci si interroga anche su se stessi. Empatia, quest’ultima, assente dall’impianto valoriale della destra radicale.
Così abbiamo potuto vedere come alla fine tutti i nodi tornino al pettine e come chi ha la schiena dritta continui ad averla anche dopo quasi due anni di isolamento, rivendicando le proprie scelte.
E così mentre Maja T. è seppellita in isolamento in Ungheria, e molti altri sono in carcere in Germania, Gino e Zaid invece si trovano in Francia e, in questo momento, liberi. Anche se stanno affrontando un processo con la richiesta di estradizione per l’Ungheria e per la Germania. Ma quali sono le loro storie? Chi sono questi ragazzi? Come si sono trovati in questo limbo?
Zaid ha il padre siriano e la madre palestinese migrati in Germania intorno al 2011. Per due anni è cresciuto in un campo profughi, dove ha portato avanti una delle sue passioni, il violino (cosa interessantissima e bellissima di cui però non posso parlare qui). Poi sono andati a vivere a Norimberga dove Zaid è cresciuto andando a scuola e poi avvicinandosi alla politica. Cresciuto cioè mentre nasceva ed esplodeva Afd. Zaid si avvicina alla politica tramite Friday for future e i movimenti per il clima, per la casa, per i diritti e ovviamente diventando antifascista.
Gino nasce in Albania, in un momento di grande crisi e povertà (siamo nel ’92). Il padre cerca lavoro in più parti d’Europa e alla fine lo trova in Italia. Gino, quando ha pochi mesi di vita, attraversa il mare in gommone insieme alla madre. Sua sorella nascerà anni dopo in Italia. Cresce ad Assago, poi più avanti con i genitori si trasferirà a Pavia (sempre per motivi di lavoro) e poi tornerà a Milano. Si avvicina alla politica passando prima per la musica e altre passioni, poi alla lotta per la casa. Gino si percepisce da sempre Italiano e l’unica cosa che gli ricorda di non esserlo è il suo nome così difficile da pronunciare (Rexino Abajai). Gino e la sua famiglia chiedono la cittadinanza italiana: la famiglia la ottiene, lui no. A causa di una segnalazione riguardante proprio la lotta per la casa. Poi viaggerà per l’Europa, si sposterà in Finlandia dove chiederà anche lì la cittadinanza senza ottenerla, per gli stessi motivi.
Entrambi questi ragazzi hanno storie di migrazione, entrambi vengono dal basso e da famiglie che provengono da paesi poveri o in guerra, entrambi sono pieni di passioni, entrambi hanno seguito la strada, difficile e piena di rischi, di ciò che ritenevano giusto fare e non di ciò che gli era conveniente.
Entrambi oggi scontano l’assurda pena di vivere in un limbo giuridico per problemi di cittadinanza, per via di un processo politico che si sta portando avanti a danno degli antifascisti.
Entrambi, cioè, pagano per il fatto di aver scelto di fare politica, qualcosa che, a sentire tutti i talk show nostrani, andrebbe incentivato nei ragazzi e nelle ragazze. Per noi: l’idea sana che si possa partecipare al miglioramento della società in cui si vive.
Si dice che l’antifascismo sia una “religione laica e civile” e che in Europa sia la bussola per le società. Eppure questi due ragazzi che nel fare politica avevano solo da perdere qualcosa, si sono mossi proprio per difendere quei princìpi “europei” laici e civili. Proprio loro, oggi pagano queste conseguenze pesanti perché è proprio l’Europa che li sta rifiutando, che non li considera suoi cittadini.
C’è qualcosa di rivelatore nelle loro storie che le lega a quanto diceva sopra il grande Massimo Troisi. Così come mi sembra rivelatrice la codardia di chi oggi parla di “remigrazione” senza il coraggio di chiamarla per quello che sarebbe: una deportazione di massa.
Soluzione codarda perché sarebbe a danno dei più deboli ma anche di chi, a differenza loro, non nasce da famiglie ricche o della classe media, e comunque della parte benestante del mondo. È una proposta codarda proprio perché non ha una lettura di classe, e se ce l’ha è al contrario (tipo un Robin Hood che ruba ai poveri per dare ai ricchi) ed è reazionaria proprio perché punta ad aumentare e conservare il privilegio sociale di chi già ce l’ha, e rischia di perderlo, ma in una lotta feroce verso il basso, verso chi sta peggio.
Soluzione codarda, infine, perché chi la propone, fondamentalmente, non rischia niente.
Faccio un altro passo di lato: in questi giorni, proprio prima di partire per Parigi, siamo di ritorno dal Salone del libro di Torino di cui i nostri colti illuminati si sono sbrigati a tirare le somme (prima che finisse addirittura l’ultima giornata di lavoro) per dire a noialtri plebe cosa va bene e cosa no nel mondo della cultura e dell’editoria, e anche su questo varrà la pena tornarci. Una cosa che ho notato è che quest’anno a Torino, c’era una marcata «brandizzazione» di alcuni temi politici: della Palestina e dell’antifascismo. Si sprecavano le shopper con scritte roboanti sull’essere antifascisti e lettori o stand con qualche elemento o bandiere rimandanti alla Palestina. È così che funziona, oggi. Si diventa subito brand, si crea subito l’oggetto da vendere – più dei libri stessi – senza la minima idea, o il minimo sforzo, che queste tematiche possano voler dire qualcosa di concreto che non diventi una storia instagram o un post.
Questo non significa “fare egemonia” ma, al contrario, svuotare di senso le parole, memizzarle, scemizzarle, imbecillizzarle.
Arrivare il giorno dopo a Parigi e vedere questi due ragazzi che non riescono a costruirsi una parvenza vita a causa del fatto che loro sì hanno difeso quei valori altrove brandizzati mi ha lasciato addosso una grande tristezza. Allo stesso tempo penso che è un aspetto che dovrebbe farci riflettere sul senso di quello che facciamo dal punto di vista culturale. Se quello che diciamo, o scriviamo, voglia avere un impatto reale sulla vita delle persone o se deve solo diventare l’ennesimo brand di passaggio. Prendere parte a una vera lotta culturale e politica o rassegnarci al fatto che la partecipazione si sia ridotta a questo, al mettersi una maglietta, fare un post, sentirsi assolti e poi fregarsene di tutto.
Il tema della remigrazione ci chiama a fare un passo in avanti. Si tratta davvero di umanità contro barbarie. Ma c’è un elemento in più, rivolto proprio al nostro mondo, che vorrei aggiungere.
Se c’è qualcuno che in questi anni ha fatto veramente una lotta di classe in questo paese sono stati proprio i migranti. Nei picchetti davanti agli stabilimenti, nella logistica, nei centri produttivi, nei campi, per la casa. Insomma, i migranti sono quelli che fanno le lotte che gli italiani non vogliono fare più, potremmo dire per ribaltare uno slogan famoso: lotte collettive che si occupano di migliorare le cose per tutti (anche per gli italiani) e non lotte individuali. Inoltre nel farlo rischiano moltissimo perché essere denunciati significa rischiare di perdere il permesso di soggiorno e con esso tutti i diritti annessi.
I nazisti italiani non possono essere un problema solo dei migranti, a questo giro tocca anche a noi, bianchi e italiani. Il 13 giugno è fondamentale esserci e ricordare che Roma è una città aperta a tutti, tranne che ai nazisti.
Ultima nota tecnica sui processi:
il 10 e il 17 giugno ci saranno due udienze per Zaid e Gino e a settembre-ottobre potrebbe arrivare una sentenza. Su Gino pende la richiesta di estradizione per la Germania, per Zaid per l’Ungheria. Questo processo ha bisogno di visibilità e supporto così come è Maja T. ha bisogno di non essere dimenticata in quel pozzo da cui non si riesce a vedere il sole.



