Roma si muove ancora
di Gianmarco Mecozzi
Leggere Si muove la città di Marco Petrella mi ha fatto ripensare a Jannis Kounellis e alla signora Antonietta.
Ho conosciuto Kounellis nel 2007 quando lavoravo come assistente del regista Carlo Quartucci. Lo stesso anno, per lo stesso motivo, ho conosciuto anche la signora Antonietta. In quel periodo Quartucci, quasi settantenne, aveva appena aperto, insieme all’attrice Carla Tatò, un nuovo spazio al centro di Roma, dietro la fontana di Trevi. Teatr’Arteria si chiamava. Per l’inaugurazione aveva fatto di tutto per coinvolgere l’artista greco (e suo grande amico e compagno di viaggio) Kounellis e il risultato fu stupefacente.
Il Greco, per questo spazio aperto di due piani, concepisce un allestimento che dialoga col fantasma irrequieto di Samuel Beckett e, allo stesso tempo, con il cervello incandescente di Quartucci. Per la sera della prima, al piano superiore fa costruire un parallelepipedo nero di ferro alla cui sommità, seduta su una sedia,Tatò recita Non io, uno dei dramaticules più allarmanti di Beckett. Sotto di lei un cerchio di sedie nere sembra alludere alla scena di un omicidio. Il piano terra infine viene avvolto totalmente da uno scaffale di ferro nero, alto e lungo a coprire tutte le pareti, e sopra di esso coltelli di ogni tipo e grandezza a suggerire un’interpretazione del teatro (e dell’arte) come atto criminale, come un delitto senza castigo.
È la sera della prima. Mancano dieci minuti all’inizio della performance ed ecco che al Greco, mentre si fuma l’ennesime sigaretta, viene un’ultima idea, anzi due: aggiungere due vestaglie una nera e una bianca appese al muro al piano terra e mettere una coperta nera sopra le sedie del primo piano. Le due vestaglie vengono subito trovate a casa di Tatò, che sta proprio lì sopra, mentre per il telo l’unica cosa che si riesce a fare è trovare due rotoli di tessuto nero in un negozio storico romano che sta lì vicino e che è miracolosamente aperto. Ma qualcuno dovrà cucirlo in un’unica coperta. Ed è qui che entriamo in scena io e la signora Antonietta. Io, oltre che correre al negozio a prendere il tessuto, mi occuperò velocemente di attaccare le due vestaglie al muro. La signora Antonietta dovrà cucire il telo nero per il tocco finale. All’improvviso tutto lo spazio teatrale si svuota, non c’è più nessuno, e rimaniamo solamente in tre: io, il Greco e la signora Antonietta.
Io all’epoca non avevo una lira. Mio padre era appena morto e io ero praticamente fuggito dalla mia piccola città di mare. Ero uscito da esperienze politiche, deluso e disilluso. Scrivevo tutto e tutti e volevo fare il teatro. Avevo incontrato Quartucci e mi ero buttato lì dentro. Bruciavo.
La signora Antonietta viveva nella periferia Est di Roma, faceva le pulizie al teatro e in casa di Quartucci e Tatò (era la loro tuttofare, in realtà) ma di lavoro faceva la portiera del teatro Quirino che stava lì dietro. La sua voce era urgente come quella dell’anima di Roma.
Kounellis in quel momento era l’artista più famoso e importante d’Italia e (forse) del mondo. Era un proiettore che irradiava immagini viventi.
Siamo lì al secondo piano. A un certo punto, per rompere il silenzio della nostra solitaria scena, la signora Antonietta, mentre lavora alacremente sul tessuto, si sente di dire: «Che tocca fà per campà, eh!» E poi, visto che nessuno raccoglie la sua riflessione, storce la bocca e reitera: «Aho, dico a voi. «Che tocca fà per campà, eh!» E io non capisco se si riferisce a me, che ho un chiodo in mano e sto per colpirlo con un martello fatiscente e improvvisato sotto gli occhi indagatori del Greco. O se si riferisce proprio al Greco che in effetti per campare deve ogni volta riprodurre il prodigio soprannaturale dell’arte. O più probabilmente si riferisce e a se stessa che fa tre lavori per sopravvivere in una città che ogni giorno diventa sempre più diversa e feroce.
Non so chi con chi ce l’ha, ma ha ragione. Ha ragione: «Che tocca fà per campà».
Il Greco a questo punto si ferma, non dice niente e sorride. È vestito come il personaggio di un film di Kusturica. Sorride e sembra annuire, anche se non lo fa. Io proprio in quel momento, mentre lo guardo, colpisco il chiodo che si infrange sul muro con un rumore sordo, si storce tutto e, dopo un altro colpo malfermo e malsicuro, rimane in piedi come un condannato a morte in attesa del colpo finale.
È solo un attimo ma vale il prezzo del biglietto: mentre gli spettatori stanno entrando sulla scena rumorosi e disturbanti; mentre il Greco posiziona leggere le sottane sul chiodo che oscilla paurosamente; mentre la signora Antonietta, dopo avere finito di cucire il telo, scompare letteralmente nel nulla; mentre lo spettacolo sta per ricominciare, come ogni volta sotto povero cielo; ecco che tutto si ferma e, splendente come un ricordo d’estate, una forma di pura assoluzione cala sopra tutti noi tre: assoluzione e innocenza.
«Che tocca fà per campà, eh!».
Il libro di Petrella è uguale a questa scena.
E, come un fotogramma che ritorna ogni volta su stesso, Si muove la città riesce nel miracolo di restituire quell’equilibro di innocenza e corruzione che è propria di Roma, e solo di Roma. L’innocenza popolare che pervade le pagine è assoluta e senza macchia, trascinante e autentica, e finisce per «corrompere» anche il lettore. Per me, non è l’innocenza di Roma – che innocente non è mai stata, dal primo fino all’ultimo giorno della sua lunga esistenza – ma è quella del giovane giardiniere Petrella. Un’innocenza così reale da meravigliare, così meravigliosa. È il suo sguardo che disegna questa innocenza, questa assoluzione permanente per una città che colpevole – e con lei tutti i cuoi abitanti, uno dopo l’altro – è sempre stata.
Perché colpevole (e bastarda) Roma, lo era anche negli anni settanta e ottanta del libro (che Petrella ricorda con la purezza di una nostalgia senza peccato), e lo era ovviamente anche negli anni duemila del mio ricordo (che senza peccato non sono mai stato). E lo è ancora oggi, Roma, una città carnefice e contemporaneamente vittima, come tutte le cose belle e grandi.
Come questo libro.







