Per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?
Gianmarco Mecozzi e Mattia Tombolini
(Momo edizioni)
L’inizio del 2026 non è stato molto diverso dalla fine del 2025. Il mondo che ci eravamo lasciati alle spalle appariva complicato e pericoloso e lo ritroviamo identico, anzi, sempre più complesso e pericoloso. Le vicende geopolitiche sono sempre più potenti e coinvolgenti.
Parlando di noi, l’editoria italiana esce da un anno quasi catastrofico, dentro un contesto che sembra sempre più affaticato nel cercare il suo posto nel mondo e soprattutto il suo stesso senso. I protagonisti del’editoria veramente sembrano brancolare nel buio, sono come Totò e Peppino nel celebre film, e tutto sarebbe anche comico se non fossimo in una situazione davvero tragica. Ci siamo chiesti quindi, per l’ennesima volta, perché continuare a fare lavoro culturale? Che senso ha il progetto di Momo in questo scenario da terza guerra mondiale diffusa?
Siamo cresciuti nella precarietà e abbiamo vissuto il “No Future” punk prima come un paesaggio mentale e come una provocazione da avanguardia, poi come una possibilità concreta, uno spettro sociale che incombeva sulla nostra classe. Oggi la precarizzazione, per così dire, ha tracimato ovunque. Oggi il No Future è la realtà comune, è il vissuto quotidiano di chiunque. Nessuno riesce a immaginare come sarà il mondo, non tra qualche anno, ma nemmeno tra qualche mese. Ci siamo dentro, al No Future.
La questione culturale appare centrale. Ogni argomento, ogni emergenza, ogni avvenimento, riproduce una polarizzazione. Con o contro? Da una parte o dall’altra? È un modello culturale questo, e forse è una trappola. Intanto in Europa cresce e diventa sistemica, a destra come a sinistra, una forma di colonialismo culturale totalitaria e spiazzante. E nel frattempo, la riscrittura della storia, sia nazionale che globale, assume un carattere strategico. I terreni su cui schierarsi si moltiplicano e la sensazione di trovarsi fuori posto, senza una comunità con cui confrontarsi e attraverso cui sentirsi parte di un lavoro comune, è forte, ed è anzi decisiva. Convinzioni ideologiche estreme, dogmi irremovibili, retorica stantia, sono il risultato velenoso di quest’assenza. Per noi il fatto sociale fondamentale è questa assenza: noi non abbiamo una comunità. Anche quando siamo a gruppi, siamo soli. E da soli, si perde.
Nel contesto globale vediamo la destra avere un piano culturale, una strategia, una visione. Un orizzonte comune globale va componendosi ogni giorno che passa e prende forza, si riproduce: un’idea di mondo evolve e diventa potenza reale. Si trasforma in conflitto e governa il mondo. Loro sembrano uniti (anche se forse non lo sono). Non sembrano soli. E hanno il vento alle spalle.
Dall’altra parte, la nostra, l’orizzonte si è perso. E da qui bisognerà prima o poi ripartire. Dire che la ricostruzione di questo piano comune fa parte, nel nostro piccolo, del nostro lavoro culturale non è un’eresia. Fare i libri, tenere i laboratori nelle scuole e nelle carceri, organizzare i festival, lo facciamo per questo. In questo momento tenere aperto uno spazio in cui una comunità larga – più larga possibile – possa sentirsi e vedersi, ci appare fondamentale.
Momo ora ha sei anni e, dopo essere stata una bambina curiosa in ascolto – una casa editrice che ascolta prima di tutto le nuove generazioni che hanno tanto da dire, molto più di quanto si pensi – è diventata adolescente. Così la casa editrice è cresciuta e tra poco arriverà al titolo numero 100 – un gran risultato, per noi piccoli – e il suo progetto editoriale si è evoluto, non fa più solo o principalmente cose per ragazzi e ragazze o per l’infanzia, ma produce cultura radicale per adolescenti, giovani adulti, adulti. Qualcosa sta cambiando. Qualcosa è già cambiato.
Il lavoro culturale è un po’ un feticcio, una cosa che può, per certi versi, sembrare complicata. Ma noi ci crediamo. Tale lavoro consiste, quando va bene, nel creare contraddizioni, complicare le cose, e, quando va male, in poche parole, nel «rompere il cazzo». Il lavoro culturale da molto tempo non è più un lavoro solamente dei ricchi o dei benestanti – anche se, in questo senso, stiamo tornando indietro nel tempo – ma i ricchi e i benestanti lo gestiscono e lo comandano, come ogni tipo di lavoro. Momo in questo gioco ci sta stretta. Perché non siamo ricchi e perché i ricchi della sinistra culturale ci sopportano appena.
Scusate se insistiamo. Con quello che sta accadendo l’urgenza ci sembra proprio il lavoro culturale. Negli ultimi mesi, dopo anni di assenza, abbiamo visto tornare per le strade un movimento che ha riempito le piazze per la Palestina. Cosa è successo in quei giorni? Chi erano e da dove venivano quelle persone? Perché si sono mobilitate in quel modo così diretto? Cosa chiedevano oltre alla fine del massacro? Queste sono solo alcune delle domande con cui bisognerebbe cominciare a ragionare. Quello è il mondo, quella la nostra comunità.
Poi c’è stato l’affaire PiùLiberiPiùlibri sul quale non torniamo per pietà di chi legge, ma lì si è visto bene come si rompe un argine e come le contraddizioni sono pronte per uscire allo scoperto. Non è un male, per forza di cose, e anzi è un bene, però alla Nuvola si sono anche palesati i grandi limiti di tutti gli attori dell’editoria (gli spazi, gli editori, i produttori stessi della cultura ). Un ambiente in cui i problemi materiali di chi lavora vengono puntualmente rimossi o nascosti sotto al tappeto e, contemporaneamente, un mondo nel quale il nulla (culturale e politico) avanza in modo così radicale che anche il nazismo diventa un’opinione tra le altre.
Il lavoro culturale è un lavoro lento, un lavoro paziente, spesso invisibile, in cui noi, però crediamo fermamente. Ed è un lavoro diverso da quello politico. Nel 2026 cercheremo ancora di complicare le cose. Di fare libri, eventi, laboratori nuovi che diventino strumenti per interpretare la complessità del mondo in guerra. Cercheremo di essere radicali, e cioè andare alla radice, non di guardare alla superfice. Per farlo dovremo coinvolgere tante altre persone, tanti altri progetti. Senza avere paura. Da quando abbiamo cominciato a pensare che la diversità non sia più una virtù?
Momo inizia il 2026 con la volontà di affrontare, a viso aperto, il mondo. In un mondo culturale che, sotto le bombe (per gli altri), si comporta da bambino e gioca (a fare libri, eventi, a fare post) Momo è pronta a diventare grande.



