Lost da Momo
di Gianmarco Mecozzi
Ieri è venuto a trovarci alla redazione di Momo un amico che, per proteggere la sua privacy, chiameremo l’amico Lenin. Abbiamo preso un caffè insieme. Eravamo in quattro: c’era anche una ragazza che, per proteggere la sua privacy, chiameremo l’amica Rosa Luxemburg. La quarta persona presente la chiameremo l’amico Che Guevara.
L’amico Lenin proveniva dalle lande lontane della Lombardia sicché sembrava stanco e pure noi ieri in redazione parevamo tutti Biascica e infatti ci ripetevamo dalla mattina che «non c’andava de fà un cazzo», così abbiamo perso un po’ di tempo parlando del più e del meno. E come spesso accade in questi momenti di inappagata ricerca di pace interiore, appena abbassi innocente la guardia dell’io cosciente, ecco che emergono le storie più raccapriccianti.
Prima tra tutti, l’amica Rosa Luxemburg ci ha deliziato con la narrazione delle turbe psichiche del suo animale domestico (di cui proteggeremo la privacy chiamandolo animale-X) che ha cominciato così di punto in bianco ad attaccarla furioso senza nessun motivo, di notte come di giorno. «E invece a lui, animale-X non gli fa niente», ha concluso l’amica Rosa, dal fondo una delusione incondizionata, indicando l’amico Che Guevara con cui coraggiosamente convive da anni.
Poi proprio l’amico Guevara ha voluto descrivere l’evoluzione affatto lineare di un tipo, suo amico da anni, che da fiero stalinista si è da poco trasformato, per una non rara delusione politica, in un cultore massimalista di ogni droga. «Ma sostiene di averlo fatto in nome della decadenza post-sovietica», ha voluto aggiungere l’amico Che, in inquieta attesa della fase putiniana dell’amico.
Infine ecco l’amico Lenin che, in un climax da incubo, ci racconta la vicenda di un tipo a lui caro che è stato accoltellato, a Milano pochi giorni fa, senza motivo, così a casaccio. «Non sulla gamba, eh, ma proprio alle costole per prende i polmoni», ha sottolineato macabro e stranamente specifico l’amico Lenin, come se accoltellare alla gamba fosse da ritenere un comportamento se non razionale almeno più giudizioso, o interpretabile come tale, o per lo meno interpretabile tout court.
Ogni volta è come un ritorno a casa.
Ogni volta che metti in fila le storie che ci accadono intorno è come una rovinosa frana che cade, è come prendere coscienza di un default ossessivo e permanente. È come se in Italia sciogliessero quotidianamente LSD nell’aria. È uno tsunami emotivo, una resa incondizionata agli eventi catastrofici che ci perseguitano da due decenni almeno.
E io ho pensato ai miei amici straniti e nascosti nelle trincee sociali delle periferie della città, a quelli spezzettati dalle dipendenze che fanno i vaghi in attesa di una condanna che si stanno firmando da soli, o a quelli persi in una perpetua fuga alla ricerca di un senso altro, quale che sia, o a quelli che il senso non lo cercano nemmeno più e annegano nel doloroso tentativo di schivare ogni fenomeno: persone vere che vivono come se, letteralmente, non ci fosse un domani, in uno spettacolare rovesciamento di massa del no-future punk.
Così, mentre ci rilassavamo in questo bislacco modo, rilanciandoci a vicenda racconti di abominio quotidiano, ho avuto all’improvviso una sensazione netta, forte e chiara, come mi è capitato poche volte nella vita.
Una cosa simile mi era già successo una sera, tanto tempo fa, durante una festa reggae organizzata pochi giorni dopo che avevamo sciolto il collettivo del nostro centro sociale. Quella volta fu una sensazione quasi concreta di fine, di termine, di completamento forzato di una fase, che non lasciava scampo. Mentre tutti ballavano mezzi ubriachi, misteriosamente felici, mi sembrò allora, ma solo per un momento, di vedere un gruppo di persone che si incontravano per l’ultima volta, ignari di dover partire per una guerra in cui, nessuno escluso, sarebbero tutti stati ammazzati.
Accadeva venti anni fa e avevo ragione: quella guerra c’è stata. E in qualche modo siamo tutti morti, o fatti prigionieri. Oggi lo sappiamo che quella guerra c’è stata anche se del nostro ridicolo esercito (si fa per dire) è stata annientata anche la memoria.
Ieri ho avuto la stessa netta sensazione ma all’inverso, se così si può dire. Che quella guerra cominciata venti anni fa sia finalmente finita, senza che noi potessimo rallegrarci di nulla a causa dell’enormità della sconfitta subìta. Ma anche che i morti di quella guerra sono morti, e che i vivi sono vivi.
Ho avuto la sorprendente sensazione che noi siamo vivi e siamo sopravvissuti, e come tali siamo pieni di storie stravaganti da raccontare, di cui riusciamo a ridere solo noi, e di sensi di colpa balordi, per non essere morti sul campo di battaglia, con cui convivere per sempre.
Strani, messi male, ma sopravvissuti.
Bene, mi sono detto, anche se non è che sappia cosa farci con questa sensazione di sopravvivenza, per quanto netta e inconfondibile sia stata. Sta lì, come un avvertimento o un messaggio nella bottiglia. Bene. Non so.
Soprattutto ora che ne sta cominciando un’altra, di guerra.



