Gli occhi del serpente
Mattia Tombolini (Momo edizioni)
Siamo stati a Budapest, ancora una volta, ad assistere a quella che pensavamo fosse l’ultima puntata (ma non lo sarà) di questo processo farsa in cui c’è stato il verdetto di primo grado per Maja T., Gabriele e Anna.
Abbiamo seguito questa vicenda fin dal principio e lo sapete tutti, con il principale scopo solidale di fare fumetti che, grazie a Zerocalcare, facessero diventare pubblica questa storia e allo stesso tempo finanziassero il lavoro degli avvocati per i processi.
Ma Momo non è una movimento politico e non è nemmeno un’agenzia di comunicazione o un gruppo di reporter di inchiesta che va in giro a scovare notizie eccetera.
Perché quindi ha seguito questo processo e perché continua a farlo?
Proprio qui, ancora una volta, c’è la possibilità per parlare del senso del lavoro culturale.
«Eh ma se fossero stati a casa loro tutto questo non sarebbe accaduto», ho letto questo più di una volta nei commenti avvelenati sotto i post riguardanti questa storia. Ecco, a forza di starsene troppo a casa e non interessarsi di quello che succede, il mondo sta scivolando nel baratro e rischia di non vedere più il modo di uscirne.
Che cos’è il fascismo oggi? E perché la parola «terrorismo» è uscita fuori di nuovo in maniera così forte in un periodo del genere?
«Ho preso qualche treno, qualche nave, qualche sogno, qualche tempo fa, seguendo un’intuizione e poi sono tornato qua» dice il Danno, in noodles, parafrasando De Gregori. A me, che amo stare a Roma e ogni volta che me ne vado parte il conto alla rovescia, questa frase mi fa molto pensare a quanto i viaggi di questi ultimi due anni per Budapest siano stati importanti. Il nostro lavoro culturale, oggi, ha bisogno di spostarsi e viaggiare, ma non di andare a fare il cammino di Santiago o le «experience» alla cazzo in posti sperduti o chissà dove o per fiere del libro e musei (certo tutte cose belle che comunque beato chi ha tempo di farle eh). Andare dove succede qualcosa, senza avere il piglio giornalistico, ma uno sguardo profondo che però si ponga il problema di essere anche divulgativo nel senso alto del termine, «per tutti».
Così però sembra che mi sto dicendo bravo da solo, e non voglio farlo, perché non serve a niente e perché comunque anche qui, anzi qui più che in qualsiasi altro campo, senza lavoro collettivo non si fa proprio niente. Lo diciamo dall’inizio, il lavoro culturale è SEMPRE collettivo e il lavoro che abbiamo fatto intorno a Il nido dei serpenti lo è a tutti i livelli.
Fatta questa lunga premessa questo ultimo viaggio è servito di certo a maturare tante cose. Ormai sono un po’ di volte che vado a Budapest a vedere i processi, sono un po’ di volte che mi trovo i nazisti che ci urlano contro (sempre gli stessi, devo dire), ma oggi c’è stato qualcosa in più. C’è stato un aspetto che nessuno ha mai evidenziato in tutti questi passaggi e in tutte queste puntate: una grandissima rottura di coglioni. Assistere a questi processi è veramente una cosa indicibile.
Per farvi capire meglio, mi spiego:
il tribunale di Budapest è un palazzo antico, pieno di affreschi e direi abbastanza bello, con le sedute in legno, le colonne di marmo (mi pare). E in questo posto che è semi deserto, dove ogni tanto si sentono i rumori di catene trascinarsi da una parte all’altra, tu ci entri la mattina e il tempo, sbeem, si ferma.
Il processo in Ungheria è molto diverso da quello italiano o da quei processi che vedi nei film americani.Tutti, dai pm al giudice passando per l’accusa, hanno un mono tono settato su una nota media e con un volume medio. Una specie di cantilena continua in una lingua incomprensibile (per me) che sembra come se prendi uno che ha sbattuto la testa e sbiascica cose senza senso e poi lo mandi al contrario col nastro.
In questo caso questa lingua era tradotta in un’altra lingua semplicissima, il tedesco.
Ma i tedeschi che dovevano tradurre a noi ci dicevano «non si capisce un cazzo». Tu non ce capisci un cazzo, pensa noi.
Comunque la cosa dura ore e ore. Come ho già raccontato un anno e mezzo fa, il giudice in questa aula fa tutto, si fa anche le domande e si risponde da solo. Ogni tanto dice «YO» e a me fa sempre ridere, non avendo idea di cosa voglia dire. Talvolta fa degli elenchi delle cose che non si possono fare in aula che riassumo così: potete respirare.
Ma tutta questa lentezza ha un’accelerazione quando si tratta di fare sentenze.
Oh il nostro Jorge è lo speedy gonzales delle sentenze.
Se la prende calma su tutto ma sulle sentenze lui…
Cioè a Jorge se gli dici prendiamoci un caffè io penso che devi prenderti almeno un pomeriggio libero. Ma se si tratta di dare qualche decennio di galera a qualcuno ti fa risparmiare, ci mette un attimo.
Infatti dopo aver elencato per ore cose, fatto leggere un papello all’avvocato della difesa (nel suo stesso tono) di un’ora e mezza, in trenta minuti scarsi si ritira e torna con le sentenze distribuendo anni di carcere. Poi legge per TRE ORE le motivazioni. Cioè lui aveva le motivazioni già scritte, tre ore di motivazioni, però la sentenza l’ha decisa lì per lì. O forse no? Forse il tempo qua è davvero diverso…
Chi lo sa…
Jorge Georgino caro. Io so solo che la vera tortura è stata ascoltarlo per tre ore. C’era gente che dormiva, gente che faceva la maglia (giuro) e ha finito di fare maglioni per le prossime tre generazioni. Io mi sono visto una serie su Netflix dal telefono.
Quando ha finito di parlare pensavo che Maja sarebbe uscita con noi dall’aula, essendo passati 8 anni. In realtà Maja non è uscita con noi perché quegli 8 anni erano solo percepiti.
Ecco, tra le cose brutte che Maja sta subendo c’è questa. Questo teatrino, questa forma di tortura bianca di processi senza capo né coda che servono solo a giustificare, a poter dire «aho noi un processo lo abbiamo fatto». Domattina torno a Roma e in testa ho solo la faccia senza emozioni del giudice, con i suoi occhi neri e senza espressione. Gli occhi del serpente.
Questo testo è stato scritto mercoledì 4 febbraio 2026 poco dopo la sentenza che condanna Maya T. a otto anni di reclusione. Vedi il libro Il nido dei serpenti.



