Du spicci: nell’eterno presente del «sempre lavoro»
Gianmarco Mecozzi
(no spoiler)
Prima di cominciare, un breve preambolo: conosco Zerocalcare personalmente da qualche anno. Lui è amico di Mattia (che appare anche nell’ultima serie: è il fagiano, non so se si può dire). Con Mattia siamo «impicciati» da anni nell’avventurosa impresa di Momo, e Zerocalcare è stato vicino a Momo sin dalla sua nascita. Ecco, questo è già un punto su cui fermarsi. Al di là del valore culturale di Momo – che può apparire dubbio anche oggi, figuriamoci otto anni fa – confesso di non avere mai capito perché ci avesse sostenuto da subito. Ho sempre pensato che lo avesse fatto per la forte amicizia che lo legava a Mattia. Così, con semplicità e un po’ di incoscienza. Da quando ho visto la sua ultima serie, Du spicci, ho capito che mi sbagliavo. Cioè, avevo ragione e, allo stesso tempo, mi sbagliavo. Mi spiego.
Io ho quasi cinquanta anni, Mattia e Zerocalcare sono più giovani. Anche questa disquisizione anagrafica sarà utile. Abbiate pazienza. Ci dividono tra i dieci e i quindici anni. Non sono già pochi di per sé. Ma ho potuto constatare personalmente, a volte con stupore, quante e quanto profonde siano le cose che ci dividono e che caratterizzano la loro generazione in contrasto alla mia. In questo articolo farò di loro, e di me, una specie di modello generazionale. È una forzatura, lo so, forse anche un po’ scorretta perché loro due non hanno nemmeno la stessa età, ma mi serve per far capire quello che voglio dire. Comunque proviamo a non dargli troppa importanza, se si può.
Una delle caratteristiche sorprendenti sia di Zerocalcare che di Mattia è quella di essere in grado di precipitare, alla velocità della luce, in forme profonde di disperazione autentica. A me sorprende sempre molto quando lo vedo accadere (o quando lo leggo nelle loro storie, sempre così disperanti e comiche allo stesso tempo) e mi fa anche ridere perché, anche se quasi sempre questo fenomeno naturale è causato da ostacoli concreti e non inventati, la reazione è così esagerata da sfiorare la diagnosi patologica. Questa disperazione, se vai ad approfondire sembra provenire da una atavica e indistruttibile concezione di tristezza assoluta, cui sembrano devoti da molto tempo. Non sono cinici, non sono diventati cattivi, ma in un certo senso si sono arresi: «La vita è una merda, qualunque cosa accada». Questo è il motto della religione laica della loro generazione, nel sacro nome di una dea triste e rancorosa.
Il fatto sociale che voglio legare alla comparsa di questa divinità è il seguente: la loro generazione, come anche quelle successive, ha quasi totalmente perduto la capacità di distinguere tra tempo di lavoro e tempo di non lavoro. In altri termini: tra il tempo in cui ti sfruttano – la vita di merda – e quello in cui sei libero (teoricamente). Non sono pazzi né stupidi. E sono migliori di tante altre generazioni, prima e dopo della loro. Sicuramente sono migliori della mia, di generazione. Non hanno questa capacità perché nelle loro vite sociali questa distinzione non c’è più, non esiste più. Il capitalismo l’ha abolita trenta anni fa, insieme all’idea di futuro. È sempre tutto presente, ed è sempre tutto lavoro. E quando all’improvviso ti trovi dentro al tuo futuro, non sai nemmeno come ci sei arrivato. Sei come perduto nel tempo di questo ipnotico ed eterno presente del «sempre lavoro» che non lascia scampo a nessuno. Infatti, se provi a guardarti, non ti riconosci più.
Questa assenza di tempo libero e liberato è la base di molte opere di Zerocalcare. E, per me, uno dei motivi della sua riconoscibilità – al di là del suo formidabile talento – sta proprio nel fatto che lui non nasconde mai questa verità. Che, va detto, è una verità sociale dentro la quale tutti anneghiamo ogni giorno ma che è stata rimossa dal discorso pubblico. Noi siamo sempre al lavoro – tutti e sempre – ed è proprio per questo che non potremo mai più essere felici. Perché non abbiamo un futuro. Anche io lo so ma per me è diverso. Io la cerco comunque, la felicità. Loro, no. Hanno smesso. Per loro, la ricerca della felicità non è più una priorità. Quando gli capita di incontrarla, ne sono sorpresi. Di più: ne diffidano.
Da qui discendono alcune delle caratteristiche fondamentali di Zerocalcare (e di Mattia). A partire da una certa radicale disinvoltura nell’uso dei social che fa inorridire parte dei vecchi e che si è proiettata quasi identica in una invidiabile capacità di sapere usare ogni strumento a propria disposizione per far passare le proprie convinzioni. Da qui discende anche quel talento, che sembra innato ma che è tutto sociale, nel gestire l’esposizione pubblica, che appare spesso come una solare disponibilità all’evento e alla novità, ma che nasconde anche il terrore di scomparire nel nulla, tipico dei devoti alla dea «triste e rancorosa». Politicamente, poi, praticano una ferrea volontà di parlare a tutti, e non a una sola parte (come molti, prima di loro), che li porta spesso a mischiare i registri. Sono bravi, in questo. Questa capacità divulgativa è dirompente in mondo come quello culturale, e politico (nel senso di antagonista), in cui spesso più si parla complicato e meglio è.
Non male eh? Sembrerebbe, insomma, che avere abbassato le aspettative per quanto riguarda la felicità abbia fatto bene alla loro generazione. Sembrano migliorati da quelli prima e forse è vero. Forse il «vogliamo tutto» che ci tormenta dagli anni Settanta non è stato un buon alleato. La loro, infatti, non appare come un’astratta rivendicazione di cinismo. È una pratica quotidiana e potrebbe essere un’indicazione politica precisa.
Tutto questa analisi generazionale da due soldi per dire che quando io vedo una serie di Zerocalcare (o anche quando leggo un libro di Mattia) mi accorgo che ci separa un abisso. Niente di grave, è così che funziona. Siamo generazioni diverse, sarebbe stato strano il contrario. Il capitalismo poi ha lavorato bene. Ci sta. Quello che voglio sottolineare è che io, a causa di questo abisso, e certo di una mia qual speciale prevenzione (nonostante l’opera di Zerocalcare sia piena di indizi in questo senso), non avevo mai capito perché lui avesse sostenuto Momo dall’inizio. Fino a quando ho visto Du spicci.
Ho capito così che, per Zerocalcare e Mattia (forse per tutta la loro generazione) lavoro e tempo di non lavoro, quindi famiglia, politica, amicizia, responsabilità, relazioni, figli, senso di colpa, amore, successo, denaro, fallimento, disperazione e sesso, distruzione e rinascita, futuro presente e passato, non sono separati né ordinati ed è come se convivessero tutti sullo stesso piano – in contemporanea – come una specie di magma ribollente, senza alcuna distinzione «ambientale». E soprattutto: senza alcuna protezione.
Mi sto cioè accorgendo sempre di più, perché sto invecchiando (e male), di come queste generazioni siano il frutto di una vera e propria rivoluzione culturale, che abbiamo per anni chiamato precariato ma che ha radici ancora più profonde e conseguenze ancora più gravi (nel senso di fondamentali). Le tre serie di Zerocalcare ne sono l’espressione più candida e rivelatrice.
Il coraggio di Zerocalcare sta in questo: che non mente mai.
Mostra la realtà – quello che chiamavamo precariato – per quella che è. Violenta e insopportabile. E mostra anche che l’unico possibile modo di sopravvivere in questa giungla sociale (o in questo zoo, come dice altrove) è stare insieme. Sembra facile, non lo è. Nell’epoca del precariato estremo di massa, tutto ci spinge a dividerci. Sempre e ovunque. Tanto nel lavoro quanto nelle relazioni, e nell’amore. Ormai siamo in tanti, tutti: intere generazioni che, sotto la copertura ideologica della condivisione, sono stimolate a farsi la guerra, sempre meno allegoricamente, per due briciole. Nell’impero dei social si muore pe du spicci. Per questo avere una banda, restare nella banda – nutrire la tua banda – è tutto. È un imperativo politico, prima che etico. Proprio se la banda sta in crisi, soprattutto quando sta in crisi. Non crediate che sia poco, perché non lo è.
Ecco perché, mi sono detto mentre vedevo Du spicci, Zerocalcare è stato con Momo dall’inizio. Per amicizia, certo, ma evidentemente non intendiamo la stessa cosa, io e Zerocalcare (io e Mattia), quando parliamo di amicizia. Per loro, amicizia e politica non sono affatto divisi, anzi, sono quasi la stessa cosa, lo stesso fenomeno. Che li fa stare uniti, che li fa essere una banda. Che li protegge da un mondo ostile, altrimenti letale. Non è una cosa da prendere alla leggera. È strategia politica per la sopravvivenza. È senso. E forse Momo è parte di questo significato, di questo senso.
Non sto dicendo che le cose vanno bene. Non fraintendete. Sto dicendo che, grazie a Du spicci, mi sono ricordato di qualcosa: a non sottovalutare la potenza della banda. È una banda sgangherata, come quella della serie, che ha ancora davanti l’«impossibile» compito di sopravvivere alla catastrofe del presente ma che, prima a o poi, si guarderà intorno e si troverà finalmente oltre il naufragio collettivo che, per tutto questo lunghissimo tempo, sono state le nostre vite. Ecco un’altra cosa su cui ragionare. Alla fine andrà detto anche questo. Che prima o poi la banda dovrà imparare a fare altro.
PS Du spicci è una serie tv diversa dalle altre due di Zerocalcare per parecchi motivi: ritmo narrativo, montaggio e tempi dilatati. Annuncia probabilmente un ulteriore passaggio che potrà concretizzarsi in qualcosa come un lungometraggio, o chissà cos’altro. È un’opera matura, densa e definitiva. I temi vengono chiusi, risolti, anche se le parabole dei protagonisti no. Le loro vite restano aperte e precarie. Non potrebbe essere altrimenti, i personaggi di Zerocalcare sono «veri» – proiezioni narrative di persone vive e fatti reali – e nel maledetto eterno presente del «sempre lavoro» niente si conclude mai. Nelle serie, invece, sì.
PS2 Che si è reso necessario dopo le surreali polemiche intorno ai pagamenti degli animatori della serie. Credo che una vicenda che vede Gasparri, che ha partecipato a governi che dal 2000 a oggi più hanno smembrato i diritti del lavoro, attaccare Zerocalcare sul tema del precariato non abbia a che fare col territorio della politica ma con quello del fantasy commerciale. È un metodo che, ahinoi, abbiamo visto già in atto, nel nostro piccolo, con Momo e con Mattia. È come se fossimo bloccati da qualche anno in una puntata venuta male di Black Mirror.
Qui trovate l’esauriente risposta nel merito di Zerocalcare.



