di Gianmarco Mecozzi
«Where do you think we are? In Patagonia?»
Samuel Beckett, Catastrofe

Carla Tatò, foto di Tommaso Le Pera, Roma dicembre 2008.
La morte di Carla Tatò è una catastrofe. Nel senso greco del termine: il rovesciamento finale di una tragedia. Il momento in cui tutto diventa sventura. Da molti anni abbiamo voluto credere che lo stupefacente teatro di Carlo Quartucci e Carla Tatò fosse ancora vivo. Sopra ogni altra cosa, negli ultimi anni lo abbiamo visto crescere nel sentiero – nuovo, vivo e senza indulgenza per il passato – che Tatò stava aprendo con il suo solido passo beckettiano. Abbiamo cercato di sopravvivere costruendo una nostra crudele illusione. Come nella Catastrofe di Beckett abbiamo costruito un personaggio che non esisteva: «Sbiancatele la faccia». Lei si era caricata da molto tempo questa illusione sulle spalle – che diventano via via sempre più esili – e l’ha portata fin dove poteva. È stata bellissima Carla, un catalizzatore e un moltiplicatore scenico e di relazioni, anche in questi ultimi sofferenti anni. L’altro ieri questa nostra comune illusione si è infranta. Ora noi siamo nella sventura piena, orfani in attesa di una oscura e indefinibile catarsi.
L’opera attoriale di Tatò è ben lontana dall’essere compresa per quella che realmente è stata. Come per l’opera registica di Carlo Quartucci, solo il futuro potrà dire. Non è difficile profetizzare un epico avvenire per i loro nomi, così rivoluzionari e trionfanti per tanti anni e così incompresi nell’ultima parte della loro vita, tanto sono stati germinanti per chiunque li abbia conosciuti.

Teatr’Arteria, primo piano, Jannis Kounellis, foto di Tommaso Le Pera, Roma dicembre 2008.
Unici (o tra i pochi), in questi malatempora, a prendere il lavoro teatrale per quello che è (vorace e autentico, pericoloso), negli ultimi anni hanno pagato con un difficile isolamento la loro coerenza estrema e le loro esigenze artistiche e filosofiche, da (quasi) tutti giudicate ben oltre i limiti dell’assurdo. So di cosa parlo perché ho avuto il privilegio e la «condanna» di lavorare con Carlo e Carla in una delle loro ultime utopiche avventure che chiamavano Teatr’Arteria. Un’idea scenica pronta per il futuro ma che nel presente non ha potuto sopravvivere che pochi anni. Non erano certo privi di difetti, i nostri due, ma – in questo paese di geni mediocri – sono stati dei geni autentici.
Qualche anno dopo Teatr’Arteria, ero ancora con Carlo e Carla a progettare teatro, anzi, teatri nuovi. Io facevo di tutto, per loro, e anche scrivevo. Parlavamo ore e ore e poi dovevo trovare la sintesi, in senso leninista. Senza doppio senso. Perché c’era sempre una rivoluzione da iniziare, dietro ogni angolo.
Carla Tatò parlava spesso dell’attorialità come uno stato e una condizione assoluti:
«Fare teatro va bene?…»
«No»
«…»
«Non va bene»
«Ma perché»
«Il teatro non è una cosa che si fa»
«…»
«Il teatro non è nemmeno una cosa»
«…»
«…»
«Cos’è il teatro?»
«Lasciamelo dire»
«…»
«Il teatro è uno stato»
«Cioé?
«Non è una cosa che puoi accendere e spegnere»
«…»
«Non c’è un interruttore»
«…»
«Non è un’intermittenza»
«C’è sempre?»
«Sì. O non c’è»
«…»
«È uno stato che va accolto, coltivato. Una condizione che può interrompersi in qualsiasi momento e che devi sapere mantenere. È pratica, intransigenza, una forma di amore»
«…»
«Tu sei sempre in questo stato?»
«Noi siamo sempre in questo stato. L’attore è questa cosa qua. È uno stato dell’essere. Un modo di vivere»
«Uno stato di grazia?»
«…»
«E se non vuoi più esserlo?»
«Non si può»
«…»
«Vedi. Puoi anche non fare più teatro ma non puoi smettere di essere attore»
«Mmm»
«…»
«Non sembra facile»
«Beh»
«…»
«No»
«…»
«Non lo è»











