Anonima Precaria

Questa non è una rubrica: questo è un Sos.
La «questione precaria» è sparita dall’orizzonte. Anzi sono proprio i precari e le precarie ad essere spariti e sparite dall’orizzonte sociale e politico del Paese, dell’Europa, del Pianeta, dell’Universo o del Multiverso che sia.
Eppure il nostro pianeta è pieno di «cose», merci di vario prezzo e varia grandezza. Ne siamo pieni, di cose. Ovunque cose, cose cose. 
Sono i precari che costruiscono queste «cose», che portano «le cose» da una parte all’altra del pianeta, che servono quelli che dirigono le fabbriche (di qualunque sostanza esse siano fatte) dove altri precari costruiscono queste «cose». 
Eppure i precari sono spariti, non esistono. Non hanno voce. Sono diventate «cose» anche loro?
Di sicuro, essi sono diventati anonimi.
Significato di anonimo: Intenzionalmente o fortuitamente mancante del nome o della firma.
Questa non è una rubrica. È uno spazio, un luogo.
Offriamo rifugio a tutti i precari anonimi che vogliono fare sentire la loro voce.

4. Giornalista sei il primo della lista

Cara tipa del centro antiviolenza.
Lo so che sono sparita. Lo so che non devo essere neanche la prima che viene da te, che ti racconta qualcosa di orribile che le è successo a lavoro, qualcosa che vorresti denunciasse; so che non sono la prima che parla a raffica guardandosi i piedi, poi dà un pugno sul tavolo e ti piange di rabbia davanti, infine sparisce. Lo so che hai capito che non ho avuto il coraggio. Lo so che non ce l’hai con me.
No, aspetta. A dirla tutta è molto difficile che ti ricordi di me. Anche se ti ho fatto nomi importanti - gente che sta su Wikipedia, mica no. È che non ero la cameriera che viene a raccontarti del capo che le ha dato una pacca sul culo. E sì che dopo aver mollato il giornalismo l’ho fatta anche, la cameriera. E il mio culo era tranquillissimo. Davvero. Quasi che mi sentivo fortunata a incartare le patatine fritte con la laurea, e col master, e con le bestemmie che ci spruzzavo sopra insieme al ketchup.
Magari non ti ricordi, però, com’è andata. Io ero quella che entra senza bussare perché il bisogno è tanto, e poi chiede scusa. Quella che tremava e si vedeva che si vergognava di tremare. Quella che ti ha detto come prima cosa: Scusi, non so se riuscirò a parlare. Sono venuta qui perché mi sono venuti gli attacchi di panico e non respiravo e se non parlo impazzisco ma magari parlo male, che ne so, mi è successa una cosa e in qualche modo deve uscire fuori da me o mi mangerà viva. Lo so che mi mangerà viva.
È successo che io sia diventata tutto quello che ho sempre odiato. Tutto quello che ho sempre combattuto, tutto quello per combattere il quale vivo. Vivevo? Non lo so. Dopo questa cosa non so più chi sono.
Mi è successo che sono entrata in un giornale e hanno detto che mi pagavano e finalmente potevo smettere di consegnare le pizze e tornare a dare un senso alla mia vita, ai quasi dieci anni che scrivo da precaria un po’ ovunque, e il capo mi ha chiesto se lo abbracciavo - che non me lo dai un abbraccio?, ha detto - e io quell’abbraccio giuro che gliel’ho dato senza pensare male, che dicono sempre che noi donne pensiamo male, soprattutto quelle traumatizzate, e io vede ci ero arrivata da precaria in quel giornale, sì, ma anche da traumatizzata perché a diciannove anni uno mi ha stuprata e non ne sono mai mai mai uscita per davvero, e poi questo direttore ha iniziato a dirmi che credeva in me, che scrivevo bene, e mi faceva scrivere articoli contro la violenza sulle donne e mi sentivo tranquilla, a casa, tranquilla giuro tranquilla. E poi ha iniziato a provarci con me, ma in modo subdolo. E io gli ho opposto resistenza: insomma, ho detto no. No, diretto’, a me piace pure un altro te lo dico. E poi non mischio il lavoro con le altre cose. Non mi piace, lo trovo sbagliato, non mi va. No, no, e no. E pensavo che bastasse il no. E invece mi sa che al posto di un no - tutte le volte che io dico no - certi uomini vedono un pesce che sputa bolle dalla bocca. Così ha continuato a provarci. E poi c’è stato quel giorno, quello delle spalle al muro. La redazione era vuota, lui mi invitava sempre quando non c’era nessuno per parlare dei miei articoli. Però si sbrigava a commentarli, faceva un piano veloce per la settimana e poi parlava d’altro. Quel giorno quando stavo per andarmene ha provato a baciarmi. E io avevo letteralmente le spalle al muro e questo qui, il mio direttore, decisamente più alto e grosso di me, mi torreggiava davanti e mi voleva far subire un bacio che non volevo. Mi sono rinfoderata nel cappuccio della felpa come una tartaruga nel carapace. Ci ha riprovato. Non ci è riuscito. Sono scappata via.
Pensavo che avesse capito. Ma se il tuo capo al posto tuo vede un pesce rosso, tu sei un pesce rosso. Nella boccia. Obbligato a sbattere la coda e impossibilitato a tentare la fuga, ché sennò caschi nel lavello e muori, mica no. Non m’andava di morire - questo, dottoressa, lo può capire? Non mi andava davvero. E sapevo che là fuori, fuori da quel giornale, c’era quello che c’era stato per me l’anno precedente, quando nel quotidiano in cui lavoravo avevano preso la figlia di uno importante e a me m’avevano liquidata senza niente in mano. Sapevo che fuori c’era la disoccupazione e il baratro, e che agitare le pinne in una boccia di vetro pregando per il mangime puzzolente da pesce rosso è sempre meglio che agitare le pinne fuori dall’acqua.
E dire che avevo sempre aspirato al mare. E dire che mi ritenevo una donna libera.
Lei ci crede, al libero arbitrio? Perché io no. Non più.
Gliela faccio breve: ci sono andata a letto.
È successo quando mi è stato chiaro che mi avrebbe mandata via se non l’avessi fatto. Ed è una cosa che non mi perdono, una cosa che non so, non posso e forse non devo perdonarmi. Da violentata sono diventata violenta. Mai più cappuccetto rosso: la lupa ero io, in quel momento. Complice di un sistema di lupi. E speravo di tenere, di reggere al compromesso. Ci sono andata due volte. Dopo, mi è venuto un attacco di panico. Quando mi sono svegliata in quella redazione vuota, in quel letto estraibile che odorava così tanto di premeditazione e serialità, l’aria non c’era più. Ero dentro la boccia di vetro - ma non ero più nella boccia di vetro. Si era spaccata. E stavolta boccheggiavo per davvero. L’attacco di panico negli animali è considerato una strategia di sopravvivenza fallimentare, o meglio il fallimento delle strategie di sopravvivenza: quando non puoi attaccare né battere in ritirata. Era ovvio che dovevo prendere una decisione. O sarei morta lì.
Gli ho detto che non doveva succedere mai più niente tra di noi. Come pensavo, nel giornale è cambiato tutto. Prima scrivevo quasi tutti i giorni: ora neanche una volta a settimana. Mi ha messa all’angolo e l’ha fatto lavandosene le mani, affidandomi a un’altra collaboratrice, una sua sottoposta che in quanto tale faceva tutto quello che lui le diceva di fare. Credo si chiami mobbing. Quella cosa per cui diventi scomoda e devi decidere da sola di andartene - ma nel frattempo ti conficcano spilloni sotto la pelle manco fossi una bamboletta voodoo.
Aho, che poi, sia chiaro: meglio bamboletta voodoo che bamboletta e basta. Meglio finire come sono finita io - tornare a consegnare pizze per dignità - che come voleva farmi finire lui.
E insomma volevo dirle, cara psicologa del centro antiviolenza, che lei mi ha salvata. Che dopo essere andata da lei ho parlato con altre collaboratrici, ed è saltato fuori che non l’aveva fatto solo con me. Con qualcuna c’è riuscito, con altre no - ma solo perché il loro contratto le tutelava, erano più grandi, avevano alternative. E poi c’è una cosa di cui devo dirle grazie, perché mi ha fatto riprendere a respirare. È stato quando ha detto: Non si è mai liberi quando si è con le spalle al muro. E io ho pianto - quanto cazzo le ho pianto davanti, io che non piango volentieri, che non piangevo da tanto, tutte le lacrime del mondo io le ho pianto davanti - e ho detto che invece no, che una scelta c’è sempre, pure con le spalle al muro e una pistola puntata alla tempia, una scelta c’è sempre. Orgogliosa di merda. Invece aveva ragione lei. Una scelta c’è: ma non è libera quasi mai. Il libero arbitrio è solo un’arma che si può usare contro quelle come me, che hanno resistito per anni e anni e anni e poi, alla fine, una battaglia l’hanno persa per stremo delle forze. L’illusione di poter fare sempre qualcosa di diverso non è altro che illusione di colpevolezza. Non ero io la colpevole. Ma non dubito che mi ci continuerò a sentire per sempre, anche se poi quel lavoro l’ho perso. Però, ecco, volevo ringraziarla. Perché quella frase - non è colpa sua, non è colpa sua, non è colpa sua, con le spalle al muro non è mai mai mai mai mai colpa tua - mi riecheggerà nella testa tutte le volte che mi verrà da sentirmi in colpa, o che mi verrà da puntare il dito su chi pecca di mancanza di reazione. Su una showgirl che si sente sminuire in diretta e non dice niente, per esempio. Bisogna pensarci, a questa cosa delle spalle al muro. Bisogna pensarci sempre. Non è una colpa finire stuprata dalla società, davvero, né evitare di denunciare per mancanza di prove e testimoni. Bisogna pensarci. È così ipocrita non farlo. È così infame dare la colpa a donne ridotte a pesci rossi, sul serio. E magari parlarne sarà il mio modo di uscire da quella maledetta boccia. E tornare al mare.
[Ad aprile 2018 sono usciti i risultati della prima indagine sulle molestie nel giornalismo. Mai l’ordine dei giornalisti aveva tentato, prima, di fare chiarezza sulla questione. È uscito fuori che l’85% delle giornaliste ha subito molestie sul lavoro. Lo studio ha coinvolto solo le giornaliste assunte con un contratto: nulla si è detto delle precarie, più a rischio per questioni di età e ricattabilità. Da questo possiamo dire che certi uomini non riuscirebbero a scopare se non abusando della loro posizione di forza. L’autrice di questo pezzo conferma la correlazione tra un cazzo minuscolo e la tendenza all’abuso, verificata empiricamente in un paio di scopate da considerarsi una forma un po’ estrema di giornalismo d’inchiesta. Del resto, se c’è una guerra in corso servono anche le inviate. Se aggressione c’è, forse è il caso di raccontare la resistenza].

 

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