#Eccetera - Libri e film per genitori X

Dunque, per «genitori X» Momo intende qualsiasi genitore (femmina, maschio, tutti e due, nessuno dei due, un po' uno un po' l’altro, elefante o farfalla, a colori e/o in bianco e nero, eccetera eccetera).
Proprio ai genitori X (anche detti: genitori eccetera), quotidianamente alle prese con i piccoli mostri (le incantevoli creature dell’orrore, i demoni ingoia tempo&sonno, eccetera) è dedicata questa rubrica di recensioni di libri, di film, e di eccetera.
[A cura di uno dei tanti genitori X].

La Locura


«Un paese di musichette mentre fuori c'è la morte!»

Quelli della mia generazione e di quella immediatamente prima (insomma chi oggi ha tra i 35 e i 50 anni), generalmente Sanremo non sapevano cosa fosse, se non per sentito dire. Una roba tipo Porta a Porta, Amici o, che ne so, il messaggio del Presidente della Repubblica l’ultimo dell’anno. Una cosa che sai che esisteva ma che non rientrava nel novero delle possibilità il fatto di poterla guardare. Una cosa che conoscevi attraverso Blob. Da qualche anno, mi pare da circa un decennio, la settimana di Sanremo è divenuta il catalizzatore unificante di tutti i riferimenti culturali nazionali, mainstream e anti-mainstream, contro-culturali, integrati e dis-integrati. Giovani e vecchi, di destra e di sinistra, ricchi e poveri e così via. Il minestrone nazional-popolare cucinato dalla burocrazia ideologica è insomma trionfante, ma non è quello (altrettanto disonesto, ma almeno “di parte”) di Pratolini e Salinari, bensì quello molto più farsesco della borghesia minore (ché quella maggiore usa Netflix). Mi pare esserci una spiegazione intrinseca e una estrinseca a questo fatto. Quella interna, per così dire, è che il gusto musicale medio-giovanile italiano si sia fortemente ri-orientato sulla musica italiana (negli anni Novanta o primi-Duemila se ti ascoltavi la musica italiana eri uno sfigato. Peraltro giustamente: per caso volevi sentirti i Jalisse e Laura Pausini mentre là fuori c’erano gli Oasis e i Nirvana?), e i cantanti italiani, di qualsiasi tipo (da Orietta Berti a Fedez a Achille Lauro, che poi coerentemente convergono in collaborazioni musicali di livello sotto-cerebrale), causa streaming e disintermediazione commerciale, sono “costretti” a sfruttare tutti i palcoscenici di visibilità pur di garantirsi il tenore di vita da “star” che è poi il loro unico obiettivo. Il problema, in questo caso, non è “moralistico”, condannando cioè il fatto di aver fatto i soldi. L’artista, superata la fase hobbistica, è di fatto sempre un commesso alle dipendenze altrui: del pubblico, della televisione, delle case discografiche, cinematografiche, editoriali eccetera. È così da Omero a Michelangelo ai Rolling Stones. Il problema è artistico-culturale (e anche politico, se vogliamo): usare il proprio estro artistico per costruirsi un’immagine, e usare questa immagine per vendersi al migliore offerente.

Va detto pure che il livello medio della proposta musicale nazionale sembra essersi innalzato. Ma è un’impressione che andrebbe verificata: è davvero così o vi è un rifiuto (sacrosanto) del “pop italiano” imperante nel trentennio tra il 1980 e il 2010, che premia qualsiasi cosa si presenti come diverso? Perché in effetti l’unica posizione possibile sul “pop italiano” è quella espressa da Amed, personaggio creato da Mattia Torre per la serie tv “La linea verticale”: «Ogni giorno mi sveglio ringraziando Dio di non essere italiano, e più precisamente di non essere un cantante pop italiano». Ma bisogna riconoscere che il panorama musicale attuale sembra essere migliore di quello insopportabile dei precedenti decenni. Insomma, non ci saranno degli Jannacci in giro, ma se il referente prossimo era Nek… Ma c’è anche un altro fatto.

Veniamo da un quindicennio di recupero della musica trash che ha notevolmente abbassato gli anticorpi culturali-musicali della generazione “di mezzo”, quella troppo giovane per ricordare i cantautori e troppo vecchia per sapere cosa si muova davvero nel sottobosco musicale giovanile. Quella generazione che parla di Trap un attimo dopo che il fenomeno sia declinato e/o fagocitato dal mainstream, pensando invece di aver finalmente capito i gusti musicali “dei giovani”. Quella generazione insomma che usa Facebook, consapevole di essere, proprio perché usa Facebook, “superata”, ma che per età o misericordia verso se stessi non ha il coraggio di mettersi a fare balletti su Tik Tok. All’inizio le dance hall trash servivano soprattutto a ridere di se stessi, o almeno così mi è sempre parso. Forse però mi sbagliavo. Si metteva musica di merda consapevoli che fosse musica di merda, annichilente, cancerogena. Però che vuoi, ogni generazione ha le sue perversioni, e i trenta-quarantenni di oggi molte di più dei ventenni o dei sessantenni, mi pare. Poi però il fenomeno è cresciuto immotivatamente ma sintomaticamente: non c’era “festa” che non prevedesse la musica trash. Traslando di significato, si imponeva un vero e proprio dètournement per cui la trash, cioè la musica spazzatura (spazzatura davvero, mica per scherzo, intendiamoci) diveniva una sorta di rappresentazione nostalgico-liturgica di un più complessivo recupero degli anni Ottanta e Novanta, decenni in qualche modo ingloriosi ma che, allontanandosi il ricordo vivo, si disperdevano pure i motivi che facevano di quegli anni “un problema”. E così a forza di ingollarsi i vari renatozero e umbertotozzi abbiamo finito per credere che fosse musica presentabile, godibile, magari non impegnata ma insomma, che volete, ancora col giradischi e i pugni chiusi? Lo vedete che siete boomer?    

La causa esterna, invece, è l’egemonia culturale subìta da ogni strato sociale, disarmato di una qualsivoglia posizione alternativa e/o critica. Oggi il ribaltamento è totale: sei “sfigato”, anzi, per l’appunto, sei “boomer” (nel senso che non sei integrato nell’orizzonte culturale che si presenta al tempo stesso di potere e di protesta, confortevole per ogni bisogno) se non guardi Sanremo. Il problema non è, vorrei sottolinearlo nella maniera in cui lo disse un giorno Marx di se stesso: «dixi et salvavi animam meam» (cioè: so – diceva il buon Marx – che sarò male interpretato, ma almeno l’anima mia l’ho salvata), dicevo, il problema non è guardare Sanremo. Sticazzi di Sanremo. Il problema è “non poter non guardare Sanremo” che proviene non più dagli adoratori di Mike Bongiorno e Pippo Baudo (ovvero quel popolino incolto democristiano mai abbastanza terrorizzato e bastonato quando ce ne fu l’occasione storica), ma sgorgante da quel pezzo di società che dovrebbe dare fuoco all’Ariston, ad Amadeus, al tristissimo Fiorello e compagnia cantando. Un tempo si contestava (giustamente e mai troppo poco) la prima della Scala che, che cazzo, era pur sempre la prima della Scala! Oggi si adora il baraccone Sanremo e i suoi complici musicali. Non so cosa se ne possa ricavare da tutto questo, se non il solito pippone da boomer, è chiaro ed è così che deve andare. Ma il buon Marcuse, quando diceva che non esiste più un “fuori” reale o anche solo pensabile, oggi mi pare acquisire una rinnovata valenza. Ho sempre pensato che avesse torto, che il “fuori” è consustanziale al capitalismo stesso, incapace di essere davvero una totalità realizzata. Da un punto di vista “culturale”, e almeno per ciò che riguarda il nostro paese, bisogna però dire che non sono più così sicuro che avesse torto.

 

Alessandro Barile


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