Rodari, Roghi e la promessa della scuola pubblica
di Gianmarco Mecozzi
È qualche anno che, con Momo, entriamo nelle scuole pubbliche di Roma.
Un anno fa siamo stati alla Pisacane (Istituto Salacone) nel quartiere Torpignattara con un progetto per le prime e seconde medie. In questi ultimi mesi siamo stati a Tormarancia (Istituto Raimondi) con le classi quarte e quinte elementari. Siamo stati recentemente anche a Tor Bella Monaca e, anche se solo in modo occasionale, in altre scuole di Roma. Si tratta per lo più di progetti articolati in laboratori, incontri, lezioni in cui coinvolgiamo, soprattutto (ma non solo) gli autori dei libri che pubblichiamo.
Io, in questi progetti, faccio laboratori di scrittura.
Ho scritto un paio di racconti per ragazzi e ragazze con Momo con lo pseudonimo Gina (Gli adulti fanno schifo e Genitori che puzzano) ma come mia speciale guida, quando entro nelle classi, che somigliano, qualche volta, a qualcosa di mezzo tra un circo e una bolgia dantesca, mi porto sempre La grammatica della fantasia di Gianni Rodari. Gli stessi esercizi che propongo provengono da lì, certo un po’ aggiornati, così come l’idea di fondo radicale «democratica» per la quale tutti possono inventare e scrivere storie, nessuno escluso: «Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo», e la carica sovversiva che Rodari assegna alla fantasia tout court e che io cerco di replicare (cioè letteralmente: copiare).
Invariabilmente, all’inizio di ogni laboratorio, domando alle classi: «Conoscete Gianni Rodari?».
E tutti in coro – tutti e tutte – rispondono sempre: «Sìììì!», e in quel «Sì» urlato e strascinato si sente bello e chiaro una specie di: «Sì che lo conosciamo, cheppalle! Ancora Rodari!».
Col tempo mi sono abituato a questa reazione mista di lieve rancore e delusione pre-adolescenziale, che d’altra parte svanisce presto appena cominciamo a «praticare» la fantasia, però all’inizio ne ero basito. E non certo per lesa maestà. Il punto è che questi ragazzi e ragazze (che pure avevano già dovuto leggere e studiare il buon Rodari, magari a scuola, magari a casa spinti da pur ottimi genitori) non conoscono il «vero» Rodari.
Io stesso, quando, ormai qualche anno fa, ho preso in mano per la prima volta la Grammatica della fantasia sono rimasto sbalordito dalla carica rivoluzionaria di quelle pagine. Il Rodari con cui ero cresciuto, buono, poetico e gentile, non aveva nulla a che fare, mi sembrava, con quello della Grammatica.
Io ho mantenuto con Rodari, sin da quando ero bambino, un rapporto stretto. I miei genitori me lo hanno somministrato da subito e io devo essere rimasto incantato dalle sue storie perché ricordo di averle lette mille volte. Una vecchia edizione delle Favole al telefono ancora oggi fa capolino, tutta strappata, dalla libreria della casa in cui sono cresciuto. Filastrocche, brevi poesie e raccontini mi hanno tenuto compagnia per anni nei miei svagati pomeriggio bambineschi: giochi di parole, nomi strambi di personaggi, mestieri di ogni tipo, parole che cambiavano di significato per un errore o perché una lettera se ne andava a spasso per i fatti suoi. Io, da bambino, e Rodari ci siamo divertiti insieme. Poi, inesorabilmente, tutto è finito nell’oblio.
Quando, qualche anno fa, ho letto per la prima volta Grammatica della fantasia sono stato come fulminato, e direi, anzi, illuminato. La lucidità strategica di Rodari è impressionante (così come quella di Lodi e degli altri), però è stata anche come un pugno in faccia: non sapevo spiegarmi bene la distanza con le sue storie che così bene conoscevo. Come conciliare le filastrocche più dolci e delicate, e quasi soavi, che io sapevo a memoria con le pagine della Grammatica in cui Rodari incita il lettore, praticamente, a prender parte niente meno che alla «rivoluzione» attraverso esercizi via via sempre più collettivi e radicali? Forse io non ci avevo capito niente? O forse il Rodari che ci hanno dato in pasto negli ultimi venti anni è stato mitigato, temperato e, in ultima istanza, edulcorato? Forse sì. Forse entrambe le cose.
O forse un’altra possibilità era questa: Rodari aveva un piano e lo seguiva con quella convinzione dai tratti eminentemente comunisti che, oggi, abbiamo disimparato. Perché, sì, Rodari è stato per tutta la sua vita un comunista fatto e finito e aveva studiato una strategia narrativa e politica in cui le sue opere finiscono per avere una funzione mimetica e si infilano, attraverso le vie insondabili della «grande sovversiva fantasia», nelle granitiche convinzioni dei ragazzi di ogni età. Insomma in questo mimetismo rodariano io, oggi, ci vedo una strategia e una promessa. E le stesse due cose le ho trovate nei libri di Vanessa Roghi e nei suoi interventi sulla scuola pubblica italiana.
Vanessa Roghi è stata, ed è, una compagna di viaggio di Momo) nelle nostre scorribande nella scuola pubblica italiana. Ci ha insegnato delle cose. Ha scritto per la casa editrice un libro per ragazzi e ragazze su Don Milani ed è stata qualche mese fa con noi a Tor Bella Monaca – dentro un’aula magna umida e bagnata in cui ci aveva piovuto dentro da poco – a parlare proprio di don Milani ai ragazzi di cinque classi di scuola superiore.
I ragazzi e le ragazze per l’occasione avevano organizzato una lettura polifonica di testi del prete di Barbiana e dei suoi studenti abilmente mescolati con testi di loro invenzione (sulla funzione della scuola, sul rapporto studenti e scuola, sull’amore, sul futuro, su tutto). Il risultato ci ha tutti molto colpito. Io ne sono rimasto impressionato.
La sala della scuola è grande, molto buia e messa piuttosto male. La puzza dell’umidità ti prende alla gola e ti secca le narici. Il colore bluastro delle poltrone tende a sbiadirsi via via che le file delle poltrone digradano fino alla base dell’emiciclo. Sembra di stare in un cinema abbandonato: la luce è quasi assente. I ragazzi della performance si sono posizionati in modo bizzarro, chi sulla grande cattedra in fondo, chi sulle poltrone delle prime file mischiati agli altri. Alcuni sembrano molto emozionati, altri ostentano una sicurezza sbruffona. A un certo punto, quando il primo ragazzo comincia a leggere dalla cattedra, senza microfono e con la sua sola voce, tutti rimangono di botto in silenzio ad ascoltarlo. Poi quando lui finisce, senza alcun segno d’intesa, si alza una ragazza e comincia lei a parlare, poi ancora un altro e poi un altra, e così via via tutti quanti i ragazzi e le ragazze intervengono. Il ritmo è quasi forsennato, come una tempesta. Non si fa in tempo a digerire quanto viene detto che si passa ad un altro. Altre parole, altre emozioni. Una strana forma di paura urgente – discretamente mescolata a orgoglio e cattiveria – la fa da padrona. Fino a quando, verso la fine della performance, si alza una ragazza (che legge, come dopo si scoprirà, il testo di una sua amica che non vuole farsi riconoscere) e, con una voce leggera e delicata, ci dice: «Nella scuola io cerco una via di fuga da una vita vuota e triste. Una vita uguale alle altre colorate di un solo colore: il grigio. Vite fatte con lo stampino, colme di rabbia repressa e rimpianti. Con la scuola io cerco una via di fuga perché ho deciso che non voglio essere l’ennesima ragazza di periferia che lascia gli studi o la ragazza madre costretta ad essere economicamente dipendente da colui che una volta riteneva essere l’amore della sua vita il quale afferma di amarla ancora, nonostante continui ad imprimerle sulla faccia e sul corpo i segni dei suoi attacchi di rabbia. Nella scuola io cerco parità. Per me la scuola simboleggia una speranza. Spero solo che sia mi dia un’altra possibilità. Ma soprattutto dalla scuola cerco empatia e la libertà di poter scegliere per me stessa».
(Il testo è più lungo e questi sono solamente i pezzi che io ho scelto. L’autrice del testo non vuole che si sappia il suo nome e io rispetto la sua volontà).
Subito dopo la performance – dopo un lungo applauso – Vanessa ha parlato a lungo con gli studenti e le studentesse di don Milani e di storia della scuola pubblica. Ha parlato con loro, non ha fatto una lezione a loro. Nel suo discorso ci stavano dentro – insisto – una strategia e una promessa.
La strategia è quella, ben a lungo termine, che ha fatto scrivere a Roghi quasi una decina di libri sulla scuola pubblica ed è – mi sembra – il punto di partenza ineliminabile di ogni suo intervento: la scuola pubblica va sì difesa dagli attacchi continui a cui è sottoposta da decenni e, mentre la si difende, va però ricostruita, va cambiata, va trasformata da capo a piedi. Le basi ci sono, sembra dire ogni volta Roghi, eccole qua: don Milani, Gianni Rodari, Mario Lodi. C’è un metodo, raffinato in anni di pratiche diverse, nel lavoro di questi studiosi, cantastorie e maestri e dei loro tanti epigoni. Impariamoli, questi metodi, mettiamoli a confronto, aggiorniamoli e usiamoli.
Roghi insomma ha un piano (come ce l’aveva Rodari) ed è, mi pare, nel nostro piccolo, lo stesso di Momo (ed è, nel mio piccolissimo, lo stesso mio quando faccio i laboratori nelle scuole): difendere la scuola pubblica – che è uno dei centri della vita democratica – e, contemporaneamente, cambiarla insieme agli studenti e alle studentesse (e, certo, anche agli insegnanti).
E poi c’è la promessa, che stava nel discorso di Roghi a Tor Bella Monaca – quando incitava gli studenti a concepire la scuola come una «cosa storica» e quindi mutevole e passibile di trasformazione – e sta nei suoi libri sulla scuola. Ed è una promessa importante, e non è facile, perché è una promessa fatta ai ragazzi e alla ragazze, e con loro non puoi sgarrare: è la promessa di una vita migliore – non so come altro dire – che passa attraverso la lotta quotidiana e pratica per una scuola migliore. E a Tor Bella Monaca, così come a Tormarancia o a Torpignattara, queste cose non si dicono tanto per dare aria alla bocca: laggiù – quaggiù – hanno un peso specifico importante e un significato preciso.
I libri di Roghi, e la fantasia di Rodari, il metodo di Lodi, l’utopia di don Milani, passano tutti da qua, da questa forma di impegno etico, che ha il profilo dell’utopia «alta»: cambiare la scuola – con i ragazzi e le ragazze, insieme a loro – significa migliorare la loro vita, e le nostre.
Se non ce l’hai, questa cosa qua – questa promessa – meglio che la lasci stare, la scuola pubblica.
Con Momo, entriamo nelle scuole, facciamo libri e laboratori, per provare a mantenere questo difficilissimo impegno.
Per questo, mi sembra, anche Vanessa Roghi scrive i suoi libri belli e utili.



