EDITORIALE

«Cheppalle, sti editori!»

 
 

 

Abbiamo letto il lungo pezzo dedicato all'editoria pubblicato sul sito di Wu Ming, vedi qui.
E la prima cosa che ci è venuta in mente (certo leggendolo purtroppo «solo» come lavoratori della cultura) è stata: cheppalle, sti editori!

Ebbene sì, è stata la primissima frase che ci è passata per la testa a noi di Momo (che di editoria ci occupiamo), come una sensazione – sempre meno timida e sempre più pervasiva via via che continuavamo a leggere – una sensazione che fa capolino sempre più spesso quando leggiamo dei nostri comuni amici impegnati nel lavoro editoriale: cheppalle! 

Sempre lo stesso «ambiente mentale», sempre lo stesso punto di vista, sempre uguale…E allora questa volta l’abbiamo un pò approfondita, questa vaga sensazione. Ci permettiamo quindi di scrivere due note a margine del pezzo. 

 

Partiamo dal presupposto che non sappiamo se e come Momo (come tutti) uscirà viva da questa inedita esperienza. Sono così tante le variabili incognite in questa emergenza che davvero non si sa come andrà a finire. Partiamo cioè dalla scoperta di una comune radice precaria del lavoro culturale in questo paese. È già una novità (non così immediata, solo due mesi fa) di cui fare tesoro. Ciò significa, tra l’altro, che tutto quello che scriviamo da qui in poi vale (almeno in parte) anche per Momo, eh.

 

Dunque, al di là del tono in cui l’articolo si sviluppa (e da cui arriva la sensazione di cui sopra) – che è e rimane quello della lamentela al conducente, sottile e argomentata per carità, ma sempre lamentela è – al di là della solita carica auto-esaltatoria (non sappiamo proprio come altro definirla, forse «auto-masturbatoria»? e a noi piace masturbarci eh) tipica degli editori indipendenti (e in generale di chiunque si autodefinisca indipendente così senza aggettivi altri); i quali indipendenti non si capisce mai perché né percome farebbero il lavoro culturale Vero, quello Autentico con la A maiuscola, non come Einaudi e Feltrinelli per dire. 

Oh, cheppalle! Non siete speciali, non siamo speciali. 

Al di là di questo, nel pezzo ci sono alcune frasi che ci hanno dato da pensare.

 

(…) Da tempo quote sempre più ampie di vendite avvengono on line a danno delle librerie, con percentuali di guadagno progressivamente inferiori per gli editori a causa dello sproporzionato potere contrattuale degli store, e il peso dello sfruttamento lavorativo scaricato sulla logistica. Il timore è che questo paradigma di consumo, dopo settimane e settimane in cui è stato praticamente l’unico modo per procurarsi un libro, venga ulteriormente interiorizzato e resti nelle abitudini anche una volta riaperti i negozi. (…)

 

Non capiamo. Sarebbe un male se le persone, dopo, continuassero a comprare on line invece che altrove? E perché? Perché si perderebbe il contatto fisico tra editore, libraio e lettore? Maddai, cheppalle! Ma in che epoca pensiamo di fare i libri?

A parte che se gli indipendenti avessero una piattaforma online comune su cui vendere i libri con percentuali decise con metodi trasparenti e soprattutto uguali per tutti, non sarebbe una tragedia nemmeno ora – durante questa emergenza, – la chiusura delle librerie. Se gli indipendenti avessero nel tempo costruito una propria filiera opposta e contraria al «feroce» mercato e regolata secondo norme democratiche, l’emergenza attuale sarebbe meno agghiacciante e pervasiva. Ma, si domanderà qualcuno, perché gli indipendenti non ce l’hanno questa filiera comune (fatta anche di librerie eh) tutta indipendente? Perché non le hanno attivate queste misure – se non in maniera frammentata e insufficiente – negli anni passati? 

Perché non hanno voluto farlo. Non lo abbiamo voluto fare.

Agli editori indipendenti, fiore all’occhiello della produzione culturale nostrana (secondo la loro stessa definizione) non è sembrato utile. Essi hanno preferito optare per lo status quo accontentandosi di ciò che c’era, senza correre rischi. Una miopia che oggi scontiamo cara, tutti. Una bella parte di responsabilità, quindi, di questa situazione – preesistente al virus ma dal virus amplificata in modo struggente quasi – non è (solo) di Mondazzoli o delle varie distribuzioni (che fanno il loro lavoro perché poi sorprendersi di questo?) ma degli indipendenti stessi.

Ma va bene, non è il tempo dei rimpianti né delle accuse senza costrutto (però che soddisfazione scriverle eh). È forse il tempo di fare? Inauguriamo ora questo processo comune di innovazione tecnologica indipendente? Facciamo questa piattaforma comune? Muoviamo il culo? 

 

A parte tutto questo, ricordiamoci che non esiste un’opposizione neutra tra innovazione tecnologica e lavoro dal vivo, come sembra alludere il pezzo. Tutto è rapporto di forza – come ben sapete – e non c’è alcuna opposizione ideologica tra percorsi di liberazione e uso della tecnologia. C’è un modo militante di usare la tecnologia – ovvio – un modo cooperativo e costruttivo. E comunque questo non significa non fare (anche) centinaia di presentazioni e girare (anche) l’Italia per un contatto diretto con i lettori. Le due opzioni non sono una opposta all’altra. Anzi, banalmente, insieme diventano più forti. 

Difendere le librerie indipendenti senza costruire proprio con esse un percorso di innovazione non è più un obiettivo desiderabile, cioè è poco – è troppo poco – non basta e potrebbe essere strategicamente sbagliato: un po’come ballare sul Titanic. Noi vogliamo sì tante librerie nei quartieri – librerie, biblioteca, libri ovunque – ma le vogliamo piene di futuro, slanciate nell’avvenire. Niente è neutro, meno che mai la cultura (intesa come produzione culturale). Un valore neutro della cultura (della produzione culturale), lo sapete bene, non esiste. 

 

(…) se anche qualcuno che di solito non legge avesse voluto approfittare del distanziamento sociale per farlo, non avrebbe avuto la possibilità di comprare un libro se non sul web. Ma nei motori di ricerca degli store on line di solito si cerca quel che già si sa di volere. Probabilmente chi non ha dimestichezza con la lettura ma volesse approfittare di questo periodo troverebbe molte difficoltà a orientarsi nello sterminato catalogo di Amazon senza un libraio a dare un consiglio. Da potenziale lettore in più si potrebbe trasformare in ancora più convinto non lettore(…)

 

Che palle, regà! 

Se l’editoria indipendente non capisce che questa ostilità tutta mercantile contro le innovazioni tecnologiche la mette ipso facto dalla parte dei «reazionari», allora l’editoria indipendente è destinata a diventare un’eremita post-apocalittica con in mano i codici di lettura dei propri libri nascosti nelle torri (mentre fuori le masse si applicheranno a ben altri «divertimenti», altro che la lettura).

Sì, anche il programma di consigli di lettura di Amazon (che seleziona i titoli a seconda dei tuoi acquisti e delle tue ricerche, se c’è qualcuno che non lo sa e non c’è nessuno che non lo sa) è un’innovazione, sia per i neofiti che soprattutto per i lettori forti. Inutile fare finta che non lo sia. Tutto il pianeta lo usa. I robot stanno arrivando. Sono già arrivati.

Se l’editoria indipendente non capisce a che livello bisogna mettersi in gioco – prendendo coscienza che siamo già tutti «lavoratori della tecnologia» alla ricerca di un reddito, che siamo già tutti mutati e mutanti – sarà presto sconfitta e superata in questa battaglia epocale, che è iniziata sì con le nuove tecnologie ma che si compirà presto con l’avvento dell’intelligenza artificiale. E allora sono cazzi.

 

Una domanda: questa emergenza – crudele e per certi versi primitiva – può essere l’occasione?

Una mezza risposta: forse sì. Visto che è una situazione inedita, possono essere inediti i modi di affrontarla.

 

(…) Alcuni grandi editori, in attesa di poterle stampare, stanno già lanciando in ebook alcune novità, ma data la mole delle loro pubblicazioni saranno costretti a tagliarne molte(probabilmente seguendo criteri commerciali e non qualitativi), con un danno per la bibliodiversità, (…)

 

No, regà, la bibliodiversità proprio no. 

È proprio come Tafazzi, ve lo ricordate?

Sulla bibliodiversità davvero preferiamo rispondere come Bartebly lo scrivano: «I would prefer not to», grazie ma «Preferirei di no». 

 

Aho, davvero: cheppalle! 

MOMO