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EDITORIALE

Lunga vita ai portieri ribelli

di Francesco Cerasi*

 

 

 

 

 

Quando Daniele mi ha chiamato per collaborare al suo libro, con lo scopo di produrre le grafiche a corredo delle 15 biografie sui portieri, gli ho confessato di non aver mai letto in vita mia libri dedicati al calcio o alle biografie sportive. Nonostante avessi giocato più di 10 anni a pallone. Forse perché amare profondamente il calcio ti crea un sacco di problemi, di sacrifici e di sofferenze, spesso in numero molto superiore alle gioie. Così col tempo capita che lo si abbandoni un po’, si cresce, si va avanti. Come smettere di fumare.

 

Il calcio, però, non è solo calcio. Come diceva Sartre è una vera e propria “metafora della vita”, coi suoi ruoli, la sua cooperazione umana, le sue ingiustizie, le sue gioie, i suoi conflitti. Ma si potrebbe andare anche oltre. Volendo seguire il filosofo Sergio Givone e il rovesciamento del concetto da lui operato, è la vita stessa ad essere una metafora del calcio. E se la vita umana, quindi, si lascia comprendere attraverso il calcio forse è perché il calcio non è solo una metafora ma un vero e proprio modello cognitivo. Dunque non è il caso di lasciarlo ai giocatori come se fosse solo un gioco, né di lasciarlo agli intellettuali come fosse solo una filosofia. E Daniele, essendo sia calciatore che scrittore è davvero la persona giusta per raccontarlo.

 

In mezzo a questo groviglio di emozioni ruota il libro, “Estremi difensori”, di Daniele Poma. Saltando in tuffo tra storie di campi da gioco e di vita dei portieri ribelli. Perché è vero, tornando a Sartre, che il calcio è un campo fertilissimo di metafore della vita ed allo stesso tempo è vero che la vita sia piena di metafore calcistiche. Non a caso di filosofi e letterati che hanno praticato il calcio, dentro e fuori la porta, ce ne sono molti: da Pasolini a Camus, passando per Heiddeger. Alcuni di questi citati anche in un capitolo specifico del libro. E a proposito di filosofi, durante la preparazione delle grafiche, la lettura delle bozze del libro mi ha riportato alla mente due suggestioni che in qualche modo raccontano le sensazioni che mi ha suscitato il libro.

 

La prima suggestione è un celebre sketch dei Monty Python. Quello della famosa partita di calcio tra filosofi greci e tedeschi. In questo sketch i filosofi che compongono entrambe le squadre entrano in campo e iniziano a camminare pensosi. A un certo punto Archimede si sblocca, esclama “eureka!” e calcia il primo pallone. Sugli sviluppi di questa azione Socrate segna l’unico gol della partita. La squadra dei filosofi tedeschi protesta con l’arbitro (Confucio) con Marx che cerca in tutti i modi di far notare che il gol è stato segnato in fuorigioco. Il replay stesso mostra il palese fuorigioco ma l’arbitro convalida lo stesso il gol. Chi ci vuole vedere una relazione tra marxismo e antijuventinismo forse non commette un errore. Ma dentro questo sketch c’è anche altro. C’è la solitaria impotenza del comunista in occidente che ha compreso come funziona il mondo e le sue regole ma nessuno lo ascolta, non riesce a cambiarlo, a spiegarlo, a convincere ed essere egemone. 

 

Le seconda è il ciclo di cinque poesie di Umberto Saba dedicato al calcio, che lo stesso Daniele cita: “squadra paesana”, “tre momenti”, “tredicesima partita”, “fanciulli allo stadio” e “goal”. Quest’ultima poesia descrive le reazioni delle squadre a una rete segnata. Tutto però è vissuto dal punto di vista dei portieri. Il portiere che ha subito il gol è inutilmente consolato dai compagni. Quello che gioca con la squadra che ha segnato festeggia da solo, da lontano. E’ una poesia sulla solitudine, la solitudine del portiere, la solitudine del poeta stesso, la solitudine di tutti noi. La stessa solitudine di cui è permeata questa società sfilacciata. Una solitudine alla quale è difficile reagire, che ci confina sulla linea di porta a prendere pallonate, molti sensi di colpa per i fallimenti e qualche gioia effimera.

 

Da questa solitudine escludente il portiere ha provato a uscire in due modi, due atteggiamenti, che sono solo in apparente contraddizione. Due modi di vivere la porta che Daniele racconta bene nel libro: i gesti pazzi e coraggiosi dei portieri cosiddetti “locos” alla Higuita: parate a scorpione, rigoristi, calciatori di punizioni, divise sgargianti, uscite sconsiderate. Alla ricerca di una visibilità proletaria spesso negata. E quello del freddo calcolatore di scuola russa, alla Yashin, fatto di grande forza mentale, senso della posizione, parate semplici, essenziali ed efficaci tutte tese al ridurre al minimo gli errori. Quasi intellettuale. 

 

Col tempo il ruolo del portiere è come se avesse reagito alla condizione di escluso e fatto tesoro di entrambi questi atteggiamenti per giungere a una sintesi tra i due. Oggi il portiere è molto più simile a un giocatore di movimento, usa i piedi, esce molto lontano dalla porta ed è partecipe al gioco. Il riscatto del portiere non è ancora concluso ma sembra sulla buona strada. 

Insomma, mi sembra che questo “Estremi difensori” contenga molti spunti e tra le righe ci dica molto di noi, anche se nella vita non facciamo i portieri di calcio. Il coraggio di uscire dallo spazio angusto dell’area in cui siamo confinati ed esclusi, unito alla necessaria capacità organizzativa è un’urgenza politica e sociale a tutti gli effetti. Almeno per tutti noi che siamo consci che se una speranza c’è passa dal fatto che la lotta di classe vada condotta nella metà campo del padrone. Lunga vita ai portieri ribelli. Buona lettura. 

 

nato a San Giovanni Valdarno. Militante politico, grafico e musicista..

 

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