EDITORIALE

Fratello, sorella, dove sei? Un appello al mondo dello spettacolo e della cultura

 

Un tempo bastava dirsi “lavoratori e lavoratrici”. C’erano da una parte quelli che lavoravano, dall’altra i disoccupati e poi il padrone. La frammentazione in cui ci troviamo oggi rende più difficile questa identificazione schematica. Anche se nei fatti rimane la parte che produce e lavora, la parte che è disoccupata e la parte che sfrutta. Il mondo sindacale con la sua mentalità continua a pensare che per vincere una vertenza sia necessario rappresentare esclusivamente gli interessi di una specifica categoria. Così si portano avanti trattative frammentate, difficilissime quando ci si trova davanti a 40 forme di contratto (così dette precarie).

I sindacati stessi per anni hanno detto di battersi “contro il precariato!”, facendo un errore linguistico non da poco, se la prendevano cioè con il soggetto e non con la condizione in cui era relegato, cioè la precarietà. Ovviamente si dirà “ma no, si intendeva la precarietà”, certo, ovviamente si intendeva quella, ma guarda caso non si è voluto capire come questa cosa della precarietà stesse attecchendo a livello sociale ed esistenziale, tanto da far accettare il ricatto e la narrazione che in qualche modo se sei precario sei tu che non ti sei battuto abbastanza per essere stabilizzato.

Mi sono chiesto tante volte cosa significhi essere precari. Sono arrivato alla conclusione che solo chi vive questa condizione lo capisce, altrimenti non riesci a vederlo, non capisci cosa sia veramente la precarietà. Altre generazioni non hanno vissuto questa condizione ed è per questo che non riescono a capire. E i precari e le precarie invece? Loro molto spesso vivono con il senso di colpa, si identificano nella narrazione che è stata fatta di loro, vivono cioè di frustrazione e di continua ricerca di stabilità, una stabilità che però non è e non sarà la soluzione, perché a essere precario, adesso, è il mondo.

 

Mi chiedo, perché i precari e le precarie oggi non riescano ad articolare una campagna comune ma hanno la necessità di far riferimento al proprio “mestiere”, al proprio “settore”, alla propria “categoria”.

 

In questo periodo di pandemia abbiamo visto quale importanza abbia disporre di un reddito, è apparsa in tutta la sua drammaticità la differenza fondamentale tra chi aveva una forma di reddito garantita che rimaneva tale nonostante la pandemia (pochi, pochissimi) e il resto del mondo, fatto di cassaintegrati, lavoratori in nero, partite iva e chi più ne ha più ne metta, cioè i precari e le precarie in poche parole.

Il governo cosa ha fatto? Ha pensato a misure per tamponare la situazione (e che tampone ragazzi!) tentando di dividere e individuare le categorie a cui dare questi 600 euro, ma qualcuno rimaneva sempre fuori, così si è poi arrivati al reddito di emergenza. Cioè si è rifiutato di leggere la realtà che avrebbe messo in luce una condizione generalizzata e richiesto di pensare a uno strumento universale e incondizionato.

 

Dare 1000 euro a tutti questi soggetti sarebbe stato inaccettabile, riconoscere cioè la giungla della precarietà creata in questi anni come una enorme platea di senza diritti è un precedente da non far passare assolutamente! È normale che un governo faccia questo in un paese che ha accettato quasi silenziosamente tutte le riforme del lavoro degli ultimi venti anni. Quello che non mi sembra normale è che noi accettiamo tutto questo.

 

All’interno del mondo culturale, mondo nel quale lavoro da anni, vedo la tendenza a volersi differenziare, seguendo un pensiero che giudico ottuso. Come non si volesse accettare la realtà che siamo tutti precari e tutte precarie in quanto viviamo la stessa condizione. Fra uno che fa libri e uno che fa panini non c’è nessunissima differenza. Fra un doppiatore e una guida turistica, tra un attore di teatro e un lavoratore dell’editoria, tra un operaio e un fumettista, tra un operatore di macchina e un lavoratore dello sport, tra un organizzatore di eventi e un bracciante e così via non c’è alcuna differenza. Anzi spesso passiamo da una mansione all’altra per poter sopravvivere. E no!

Sembra che noi pensiamo di non essere come gli altri, che la nostra specificità ha bisogno di una misura tutta per sé, che ha bisogno di tutele specifiche e ogni categoria deve pensare alla propria per migliorarle tutte! O forse il sottotesto è che un attore di teatro non può essere paragonato a un cameriere? E quindi una misura universale che comprenda entrambi screditerebbe l’aurea sacrale che vediamo intorno all’arte?

Behcari artisti amici miei, cari operatori della cultura, cari autori e autrici, dovete prendere atto che siete precari esattamente come gli altri. Il rischio che vedo è che da questa mentalità non può che uscire un prodotto culturale autoreferenziale e classista.

Quanti sono quelli che si chiedono come far fronte all’enorme emergenza culturale in cui questo paese riversa da anni? Qualcuno sono certo che lo faccia e lo abbia fatto, ma pochi, pochissimi. Quanti si chiedono in quale mercato viene riversato il loro prodotto culturale, seppur valido, critico, utile? Abbiamo distribuzioni alternative? Abbiamo un meccanismo a noi sconosciuto di commercializzare il nostro prodotto o anche noi facciamo parte di questo maledetto mercato?

Anche noi (con la nostra casa editrice) ne facciamo consapevolmente e colpevolmente parte.

E allora perché non chiedere una misura universale che potrebbe effettivamente cambiare questo mercato del lavoro? Vogliamo accettare l’idea che i poveri devono rimanere i poveri e tutti noi dobbiamo vivere nell’ipocrisia di una vita al di sopra, fatta di aperitivi e chiacchiere o di belle case nella Roma bene?

Sappiamo che non è così, forse quelli per cui abbiamo lavorato e abbiamo conosciuto vivevano cosìma noi siamo un’altra cosa, viviamo di precarietà, appunto, e non se ne esce stando dentro le nostre stupide categorie conservatrici e polarizzate da gruppi più forti di noi a elemosinare le briciole. Chi è forte nel mondo della cultura rimane tale, chi è debole anche. Il “vorrei ma non posso” non va, liberiamocene! Ogni tanto qualcuno svolta, può succedere, ma quanti? È la svolta quello a cui dobbiamo aspirare?

 

Se ne esce con una battaglia che tenti di rappresentare la nostra soggettività più complessiva e diffusa, quella dei precari e delle precarie, se ne esce chiedendo una misura universale e incondizionata, che non sia calcolata in base a criteri escludenti e che sia uno strumento che aiuti la propria libertà e le proprie scelte.

 

Significa non dover accettare ogni condizione perché, se hai un reddito di base, puoi dire di no, e quando il tuo datore di lavoro comincia a ricevere qualche NO in più, deve rivedere le condizioni.

Significa non dover morire di lavoro correndo con un motorino per fare più consegne per poter pagare le bollette e quindi consentire ad altri di lavorare. Significa avere la tranquillità di potersi concentrare su quello che più ci piace senza il ricatto del mercato per cui dobbiamo confezionare un prodotto. E altre decine di motivi, se cominciamo a pensarci, ci verranno in mente.

Artisti, lavoratori dello spettacolo, dell’editoria, tutti noi che lavoriamo nel mondo della cultura non possiamo sentirci altro dal mondo che ci circonda e depositari di un sapere che ci rende “al di sopra”. Siamo forza lavoro, abbiamo cioè la facoltà di produrre il valore di tutte le cose, le relazioni, i beni, le merci, i linguaggi, le arti.

Non siamo solo “capacità di lavoro”, ovvero manodopera in mano ai desideri dei committenti, delle ristrettezze imposte da un Welfare che non esiste, ai ricatti di ogni giorno. Quello che abbiamo in comune è una facoltà che prescinde dai ruoli, dalle categorie, dalle mansioni, dall’ideologia del professionalismo, della specializzazione.

 

“Insieme si vince” sembrerebbe solo uno slogan, eppure le rivolte e le lotte che riescono a ottenere e a spostare qualcosa in giro per il mondo ci dimostrano che è proprio così, è proprio insieme che si inventa e si cambia qualcosa.

 

In Italia una misura sul reddito finalmente esiste, solo che è inadeguata e inaccessibile, chiediamo di farne parte tutti e chiediamo una misura strutturale perché la precarietà è strutturale e non è qualcosa di passaggio. Facciamolo e da domani potremmo concentrarci meglio sul nostro lavoro culturale che più ci piace e che più riteniamo utile, magari scopriremo che i referenti del nostro lavoro sono i nostri stessi compagni di lotta, non sarebbe bellissimo?

[Mattia Tombolini, di Momo]