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EDITORIALE

Fine pena, mai

Paulo Roberto Falcao 'Il Divino' | Abelardo Luz SC

di Gianmarco Mecozzi

 

Con quattro anni di ritardo ho letto La gioia fa parecchio rumore, l’ultimo libro di Sandro Bonvissuto. Ma è stata tutta colpa di Einaudi. Avevo sì notato, a suo tempo, la copertina in libreria (con quel Falcão giubilante non avrei potuto non notarla) ma non mi sono fidato. Troppe volte, negli ultimi anni, avevo avuto sòle dai narratori contemporanei della casa editrice torinese che una volta pubblicava Pavese e Fenoglio. Troppi Desiati, Lagioie e Carofigli di vario tipo, per cadere ancora in quella trappola. Anche l’uso del mito (del nostro mito) per eccellenza (cioè Falcão) mi aveva fatto più che altro storcere la bocca. Avevano osato usare, essi, il dio brasiliano per estorcermi ancora una volta il consenso (fregarmi in anticipo) e spremermi l’acquisto. Non ci sarei mai più cascato. Avevo poi leggiucchiato qua e là, ma con con superiore indignazione, alcune recensioni benevole ma senza farci tanto caso. Ogni volta che ricominciavo a interessarmi (magari perché avevo trovato in rete qualche frizzantina dichiarazione dell’autore), dentro di me risuonava l’avvertimento: «Troppi Desiati, Lagioie e Carofigli: io non ci cascherò ancora!». E via, nel ripostiglio del mio immaginario. Insomma, non mi ero fidato.

E mi ero sbagliato.

Leggere il libro di Bonvissuto mi ha fatto ricordare di Eraldo. Eraldo era un vecchio amico di mio padre (aveva tipo settanta anni) che faceva i lavori nella sua palestra (mio padre era un insegnante di educazione fisica): aggiustava cose, per lo più era muratore ma faceva anche altri lavori. Quando bazzicavo la palestra mi capitava di incontrarlo. Allora, sempre lui mi diceva: «Viè qua, aiutame», e non era una richiesta a cui si poteva dire di no. Io mi accostavo, scettico perché lo conoscevo e perché era il 1989 (e io avevo tredici anni). La sua tenuta da lavoro era sempre uguale: canottiera della salute bianca, calzoni vecchissimi tutti sporchi di vernice e cappello di carta fatto con il giornale. Usava una scaletta che pareva potersi disintegrare da un momento all’altro. Ci saliva sopra e mi diceva di tenerla. Poi, nel silenzio assoluto, lavorava. Il suo lavoro poteva durare venti secondi o trenta minuti: io dovevo rimanere fermo lì, senza fiatare. Non importava se avessi avuto qualcosa da fare o un posto dove andare o qualcuno che mi attendeva da qualche parte. Appena accennavo a dire qualcosa, lui faceva solo: «Shhhh! Me fai sbajà!». Nemmeno si girava: «Shhhh! Me fai sbajà!», e basta. Passavano i minuti, e niente. Poi a un certo punto faceva: «Prendimi la farnesa» e accennava con la testa alla sua enorme cassetta degli attrezzi. Io, che non avevo idea di cose fosse, facevo per parlare ma lui: «Shhhh! Me fai sbajà!». Allora mi staccavo dalla scaletta, andavo davanti alla cassetta degli attrezzi ed era, per me, come stare davanti a un alfabeto arabo. Dopo alcuni minuti di angosciante attesa pigliavo quella che mi pareva la farnesa e gliela portavo. Lui si arrabbiava, quando guardava l’attrezzo che gli avevo portato (che non era, non poteva essere la farnesa): «Non sapete un cazzo», era la sua risposta. Sempre la stessa: «Non sapete un cazzo» oppure «Non sapete più un cazzo» (o la variante: «Non valete più un cazzo») che significava che la sua riflessione si riferiva a noi ragazzi, a noi giovani, a me e a quelli come me, che ormai eravamo senza speranza. Il suo disprezzo era assoluto, senza scampo. Allora scendeva dalla scala e si prendeva, sa solo, il suo attrezzo dalla cassetta, senza nemmeno degnarmi di uno sguardo. Dopo dieci minuti me ne chiedeva invariabilmente un altro (la pizzocca, la maltese e via dicendo) e ogni volta che io prendevo quella sbagliata (perché, ovviamente, la farnesa, la pizzocca, la maltese non esistono proprio, sono nomi inventati) allora lui si infuriava come un cane rabbioso (e si incazzava per davvero, non per finta) e mi ripeteva ossessivamente, senza urlare come se fosse un mantra tutto suo: «Non sapete più un cazzo. Voi non valete più un cazzo».

Il libro di Bonvissuto non è (solo) un libro sull’amore e non è (solo) un libro sull’As Roma (e quindi su Roma). Il libro di Bonvissuto è un libro sulla Verità (ed è un libro di verità). E certo la Verità di Bonvissuto non ci sta tanto bene negli attici a Trastevere o nei saloni del libro o nei salotti delle case editrici. La Verità di Bonvissuto è grossa, sporca e – benché sia dotata di una forma di purezza immacolata, di colore giallo (come il sole) e rosso (come er core) – essa puzza (di fiume, di piscio, di carne). Questa Verità non ti inganna e non ti lascia mai da solo. Ma non dà requie né offre ristoro. Non dona pace né tranquillità.

La Verità sta dentro al ragazzino che vomita, piegato in due in Curva Sud, straziato dalla vittoria della sua amata Roma.

La Verità sta sì nell’Amore ma non quello borghesuccio, diluito coi filtri, con le coppiette, con le loro crisi. L’Amore è una cosa seria, grave. Bonvissuto somiglia a Guido Cavalcanti e il suo Amore somiglia a quello dei poeti del Dolce Stil Novo. È un amore violento il suo, che fa male, che ti divora. È una resa e un abbandono, è una relazione senza pietà. In ultima istanza, è una tortura: una fame che non appaga mai. Come, appunto, è la Roma.

Come è, anche, Roma.

La Verità di Bonvissuto è una condanna a vita: fine pena, mai (come ogni verità che si rispetti). Il suo libro, a ogni pagina, gronda e trasuda. Ti penetra dentro e ti estorce una confessione. Non puoi spostarti: leggerlo è come leggersi. Perché la salvezza da questa parti non esiste: la salvezza, anzi, è un tradimento. E l’Amore è una persecuzione priva di scelta, come la poesia e, appunto, la Verità.

Di questi libri – di questa grazia – ne vogliamo ancora.